Thursday, September 22, 2016

I rischi da stock

Del "Fertility Day" si è già parlato a sufficienza, qui vorrei spendere due parole sull'utilizzo della fotografia di stock.

Innanzitutto spiegare brevemente di cosa si tratta e di come può succedere che una foto sia usata per una pubblicità di impianti dentali, per quella di un tour operator e per una campagna ministeriale. 

Le fotografie di stock sono immagini realizzate per venderne i diritti di utilizzo più volte a più clienti, ad un prezzo molto inferiore rispetto rispetto ad un'immagine che viene venduta in esclusiva ad un solo cliente, a sua volta comunque inferiore rispetto al farsi realizzare delle foto ad hoc da utilizzare in esclusiva.

Il cliente fa quindi ricorso alla fotografia di stock per risparmiare. Il fotografo dal canto suo, riesce a guadagnare dalla fotografia di stock se riesce a vendere un'immagine a più persone possibili; è quindi suo interesse realizzare una fotografia che possa accontentare il maggior numero di persone, essere sufficientemente generica, sia per estetica che per contenuti in modo da potersi adattare ai bisogni di più clienti possibili. 
Non è sorprendente che una campagna realizzata partendo da foto di stock finisca col riproporci i luoghi comuni più triti e ritriti, proprio perché è un tipo di fotografia che si nutre dell'immaginario più mediocre e diffuso. 
Per lo stesso motivo non può essere incisiva e impattante, se non quando il luogo comune e il pregiudizio ci irritano, proprio perché non ha le potenzialità per farci vedere le cose da un punto di vista diverso, essendo un distillato di ciò che può incontrare il gusto di una massa umana non particolarmente esigente.

Per questo motivo una campagna fatta con foto di stock non riuscirà mai ad essere focalizzata e coerente, perché trovare in stock proprio l'immagine adatta a quello che si intende comunicare è molto difficile, data la natura generica delle immagini stesse. Allo stesso tempo, esiste di fatto uno stile identificabile come fotografia di stock: questo da un lato è utile perché, in caso contrario, prendendo immagini scattate da fotografi diversi si otterrebbe una campagna visivamente non coerente (che comunque è difficile ottenere con la stock), dall'altro perché vendendo ogni immagine al singolo cliente per pochi euro, il fotografo riesce a guadagnarci se ne realizza a migliaia e se non ci spende molto tempo su ognuna, per cui è ragionevole che utilizzi sempre la stessa illuminazione molto piatta e molto semplice da gestire. 

Pertanto se una campagna è realizzata a colpi di fotografia di stock, sarà sicuramente identificabile come tale, con l'aggravante che da quando i motori di ricerca sono in grado di fare la ricerca per immagini, è molto facile risalire a tutti gli altri clienti che hanno utilizzato la stessa foto, spesso con effetti e accostamenti che si preferirebbe evitare.





Thursday, September 15, 2016

Quanto costa una fotografia?

In un post precedente avevamo tracciato la differenza tra progetti su incarico, progetti personali e soprattutto su come non imbarcarsi in un progetto il cui rapporto costi-benefici sia nettamente a favore dei primi. Non stiamo parlando ovviamente soltanto di denaro, se la fotografia è un hobby è normale che dal punto di vista economico sia in perdita, così come lo è andare al cinema, al ristorante o al mare. Ma anche se lo si fa per hobby, è bene avere un'idea di quanto valga una propria fotografia, per esempio quando si tratta di accordarsi per un "Time For Print" (di TFP ho parlato qui) o per una prestazione occasionale.

questa foto è fatta nel bagno di un bar e mi è costata solo un caffè
L'associazione Nazionale Fotografi Tau-Visual di cui faccio parte mette a disposizione di tutti uno strumento (che trovate qui) che oltre a spiegare i criteri con cui si attribuisce un valore ad una foto, ne definisce bene anche le varie categorie ed evidenzia quali sono gli ingredienti che contribuiscono a formare il prezzo finale di un'immagine. 

Il primo ovviamente è quanto è figo il fotografo (io per esempio sono certificata da Tau-Visual con grado di fighezza 5.3/7), come per ogni bene o servizio, più è valido e più pagate. Ovviamente la fama, meritata o immeritata, incide anche sulla tariffa, quindi qualcuno sul mercato da più tempo è normale che vi chieda di più di qualcuno che ha iniziato da poco.

Il secondo è quanto sia complessa l'immagine, in parole povere, quanto ci vuole in termini di tempo e risorse per realizzarla. Il tempo non va ovviamente calcolato in senso stretto, considerando solamente quello che il fotografo passa con la macchina fotografica in mano. Bisogna chiaramente includere il tempo di pianificazione, che significa sia avere l'idea, sia risolvere gli aspetti tecnici collegati e, se l'immagine è particolarmente complessa, fare anche qualche prova. A questo si somma il tempo di edizione (tra tutto lo scattato scegliere l'immagine migliore) e quello di post produzione.

Il terzo sono i diritti di utilizzo, quelli che normalmente si fatica di più a far capire. Supponiamo che un regista voglia usare un brano musicale che un gruppo ha già fatto uscire in un disco, come parte della colonna sonora di un suo film, o un'azienda lo voglia usare per uno spot pubblicitario. Ovviamente in entrambi i casi devono corrispondere agli autori dei diritti di utilizzo proporzionali alla diffusione del film o dello spot. Un discorso del tipo "ma io sono un grande regista/grande azienda, utilizzando la tua musica di darò ancora più visibilità" non se li sogna nessuno. Nemmeno il "ma tanto voi sta musica l'avete già composta, che vi cambia?", e a maggior ragione farsela comporre apposta e in esclusiva costerebbe ancora di più.
Il succo è che se qualcuno utilizza una foto per fare dei soldi in modo diretto o indiretto (per esempio farsi pubblicità fa guadagnare soldi in modo indiretto) parte dei soldi se li fa grazie alla foto ed è giusto che dia parte di questi soldi a chi ha fatto la foto. Per questo motivo i diritti di utilizzo si calcolano esattamente sulla base di quanti soldi il cliente può guadagnare dall'operazione. Se usa la foto in un libro, se ne vende 10.000 copie guadagnerà di meno che a venderne 200.000. Per questo i diritti di utilizzo per una tiratura da 10.000 copie sono inferiori a quelli di una tiratura da 200.000.
Se una campagna pubblicitaria gli costa 100 è perché spera di guadagnarne 1000 ed è giusto che 10 li dia al fotografo. Per questo stampare 5.000 volantini ha diritti di utilizzo inferiori a far comparire la foto a tutta pagina su un quotidiano nazionale.

Il professionista è abituato a questi conti. Un lavoro su incarico devo per forza sapere quanto mi costa e quanto vale come diritti di utilizzo per poter fare un preventivo al cliente. Anche un lavoro di crescita o di auto promozione deve essere quantificato in termini di ricaduta economica e in base a questo stabilire se quanto mi costa farlo è proporzionato a quanto penso di ottenere.

Il fotoamatore  spesso trascura tutti questi aspetti perché che lo fa per divertimento e normalmente non pensa di ricavare nulla dalle sue fotografie. Ma se degli amici propongono un'uscita a cena, non vi interessate su che tipo di ristorante hanno in mente, se una pizzeria o un tre stelle Michelin? Davvero non importa quanto spenderete perché tanto è per divertimento?
Capire quanto vi costa un progetto vi aiuta anche a capire una cosa importante: quanto dovreste far pagare un lavoro occasionale. E anche se decidete di non farglielo pagare vi dà una misura di cosa gli state dando e quindi di cosa verosimilmente potreste aspettarvi in cambio.





Thursday, September 1, 2016

Digest N°1 - Foto e non scatti

Mi rendo conto che la schematicità non è il mio forte e che molti di voi mi mandano dei messaggi privati chiedendomi di trattare un certo argomento o ulteriori approfondimenti su qualcosa di cui ho già parlato e io mi trovo a scavare nel mio disordinato blog per rimandare all'articolo che risponde alle vostre richieste.
Per questo dopo aver superato l'anno di vita, le 5000 visite e i 50 post, sperando di farvi cosa gradita questo blog si dota di un apparato digerente, in cui troverete le "digest" su vari argomenti.
Ovviamente questo suppone che il blog sia organizzabile in argomenti, il che non è vero, quindi questi diventeranno dei meta-post e probabilmente a breve ne verrà fuori un mostro, ma non importa.

Questo l'ho intitolato "foto e non scatti" perché una delle cose che più mi tormenta è l'utilizzo di "scatto" al posto di "fotografia". Lo so che viene usato senza nessuna intenzionalità, ma parlare di "scatto" lascia intendere che la fotografia si faccia nel momento in cui facciamo "click" azionando l'otturatore. La presa dati si fa in quel momento, un'immagine degna di questo nome arriva molto più da lontano ed ha ancora molta strada da fare.

Qui trovate un elenco di post con osservazioni, consigli e polemiche su come fare una foto. 


Qualcuno più pratico (li ritrovate con il tag "howto") su come fare quando avete la macchina in mano



Qualcuno più culturale, su come arrivare a far foto con la mentalità giusta


E gli immancabili esercizi

Tuesday, August 30, 2016

...da metterci la firma!


Parliamo di un problema che affligge e confligge creatori ed utilizzatori di fotografie: la menzione del nome del fotografo. La questione è spinosa e complicata, perché abbiamo da una parte la legge e dall'altra le consuetudini delle persone e la percezione del mercato.
Farebbe piacere dire che la legge è chiara, ma purtroppo non lo è. Si tratta della legge  633 del 22 aprile 1941, poi modificata dal DPR 19/79 e, più recentemente, dal Dlgs 154/97 e poi dalla legge 248/2000.

Da un lato dice chiaramente che l'autore della foto va sempre citato, ma poi apre la porta al fatto che se la fotografia è una "fotografia semplice" (fotina del menga in termini meno tecnici) questo non è necessario. Diciamo che se uno vuole esser corretto e togliersi ogni problema, citando sempre e comunque il nome dell'autore non sbaglia, perché se si tratta di una fotina non è obbligatorio ma nemmeno vietato. Ci sono controindicazioni a citare l'autore di una fotina?

Qualcuna sì, per capirlo facciamo un  paio di esempi con cose a cui siamo più abituati.
A meno che non siate seguaci di Naomi Klein, probabilmente vi sentireste più fighi con un abito firmato oppure con una piccola produzione artigianale che magari non ha un logo noto ma voi potete dire che è proprio quello lì, all'angolo laggiù e che l'avete scelto con cura tra mille, piuttosto che con un generico "vestito" o "maglietta" di ignota provenienza. 
Analogamente dareste più valore ad un vino con un'etichetta, che sia un grande nome o un piccola cantina, che indichi chiaramente il produttore che non ad un generico "barbera della casa" servito in caraffa.

Siamo abituati che se c'è qualcosa di valore si riesca sempre facilmente a risalire al suo creatore o ideatore, per cui anche la miglior etichetta, una volta stappata in cucina e messa in caraffa, diventa del triviale vino della casa. Per questo se non si mette il nome dell'autore si sta automaticamente svalutando qualunque foto a semplice fotina. Ovviamente vale anche il contrario, se apro un cartoccio di Tavernello davanti al cliente dopo aver mostrato l'etichetta rischio seriamente di scadere nel ridicolo come mettere tra i credits "Gino Babbone Ph." ad una foto che sembra scattata dal mio gatto (o peggio perché se il mio gatto mi rubasse l'attrezzatura per fare delle foto, sarebbero almeno scattate con mezzi professionali). 

Ma tornando a Gino Babbone Ph. iniziamo ad intravedere un motivo per cui un professionista alla fine non fa troppe storie se un cliente non mette il suo nome, anzi, magari va anche meglio così. 
Gino Babbone Ph. che ha fatto la foto che il mio gatto la faceva meglio, non si sarà fatto pagare, perché in caso contrario prenderei subito il mio gatto come assistente incrementando notevolmente  il fatturato. Gino Babbone Ph. si è fatto pagare in visibilità, per cui è cruciale che tutti sappiano che la foto è sua e per questo insiste e ottiene che ci sia il suo nome ben in evidenza. Al contrario, qualcuno che si è fatto pagare, sarà anche l'unico che che permetterà al suo committente di non menzionarlo come autore, perché in fondo il suo compenso l'ha già avuto (anche se comunque rinunciare al diritto di essere menzionati andrebbe messo nel contratto e implicherebbe un compenso extra, ma sorvoliamo). Quindi paradossalmente, non essere menzionato diventa segno di professionalità perché significa che sei stato pagato per il tuo lavoro, cosa che dovrebbe essere ovvia, ma ahimè c'è troppa gente che pensa che la visibilità serva a pagarsi l'affitto o ad aprirsi chissà quali prospettive e opportunità, mentre invece porta principalmente altro lavoro, da fare sempre ovviamente gratis. 

Ma mettiamo invece che ci abbiano pagati, che abbiamo barattato le foto con qualcos'altro (non la visibilità, l'ho già detto?), o che noi abbiamo fatto una foto per nostro piacere e poi ci è stato chiesto il permesso di usarla, e che giustamente vogliano metterei credits, citandoci; come si deve fare?
Innanzitutto i credits sono una cosa il copyright è un'altra. Non voglio entrare nei dettagli ma indicativamente "© Gianfranza Bidoncini" significa "non provare nemmeno ad usare questa foto senza aver chiesto il permesso a Gianfranza Bidoncini e averle corrisposto un giusto compenso!", mentre "fotografia di Gianfranza Bidoncini" significa "se ti stai chiedendo chi ha fatto questa bella foto sappi che è Gianfranza Bidoncini". Soprattutto "Gianfranza Bidoncini" e non "Gianfranza Bidoncini Ph", che Ph va bene scritto sul sapone con cui ci si fa il bidè.
Secondariamente, sarebbe meglio se i credits fossero a corredo della foto e non sovraimpressi; se viene pubblicata su un social network per esempio si possono mettere nella descrizione della foto. Ovviamente non sempre è possibile perché se già l'attenzione di chi legge un post non va oltre le poche righe, serve a poco menzionare il fotografo al fondo dove ormai non legge più nessuno; d'altro canto menzionarlo prima toglie spazio al quello che è il messaggio che voleva convogliare chi ha utilizzato la nostra foto, che comprensibilmente è veicolare i propri messaggi e fare pubblicità per sé, non certo per noi.

Dopodiché una volta che la foto è nelle mani del cliente può succedere di tutto: che non vi menzionino nemmeno sotto tortura, che mettano sulla vostra foto un copiright scritto con dei font improbabili magari sbagliando il vostro nome, che ci appiccichino sopra il vostro logo che hanno scaricato da internet ad una risoluzione inadeguata, che scambino i vostri credits con quelli della foto di fianco e così via.
Ma in quanto clienti paganti voi vi starete bevendo una bottiglia comprata coi loro soldi e tutto questo bailamme dei credits e del copyright sarà soltanto una eco lontana.









Saturday, July 2, 2016

Mi compro una reflex e vado in vacanza (quello che normalmente non vi dicono)

E' luglio, molti di voi staranno pensando di comprare una macchina fotografica nuova in prospettiva delle vacanze e staranno impazzendo tra offerte, Megapixel, superzoom, reflex, mirrorless e budget a disposizione (qui  il mio post dell'anno scorso)

Approfitto di questo post per dirvi un po' di cose brutte che normalmente non vi dicono.

La prima cosa che è bene avere in mente, è che le foto le dovete fare voi e non la vostra macchina fotografica. Per cui è inutile spenderci le milleurate se poi il collo di bottiglia è la vostra tecnica o peggio ancora una carenza di padronanza del linguaggio fotografico. Se vi piace un oggetto e ve lo potete permettere è un altro discorso, non serve essere dei piloti provetti per concedersi il piacere di avere una bella automobile: comprate ciò che vi piace e vi rende felici. In caso contrario prendete qualcosa di adeguato al vostro livello, spendere di più non migliorerà le vostre foto: non prendetela come un'offesa ma come un buon consiglio per non sprecare dei soldi (qui i consigli per fotografare senza macchina fotografica).
Tutto questo tenendo presente due fattori: che un corpo macchina digitale è ancora soggetto ad obsolescenza tecnologica, mentre un obiettivo per una reflex full frame no. Per cui non ha molto senso comprare un corpo macchina migliore di quello che vi serve oggi pensando che magari tra qualche anno sarete cresciuti come fotografi, ha senso invece comprare un buon obiettivo perché quello vi resterà per sempre. 
Se è la vostra prima macchina fotografica, io riserverei non più di metà del budget al corpo macchina, va bene una ciofeca qualunque di seconda mano, in ogni caso tra un po' la cambierete comunque e spenderei invece per un buon obiettivo, tanto quello anche se poi stabilite che fotografare non è il vostro forte lo potete rivendere senza problemi.
Questo ragionamento funziona soprattutto se scegliete una delle maggiori marche, quelle anche usate dai professionisti per intenderci. E' lì che si trova un bell'assortimento di roba buona che non passa mai di moda, nuova o di seconda mano. 

Per quanto riguarda la scelta reflex o mirrorless, abbandonate il pregiudizio che una reflex sia comunque un oggetto migliore. Ci sono ottime mirrorless che hanno anche il vantaggio di essere più leggere e meno ingombranti; interessatevi sempre di quali e quanti obiettivi sono disponibili per quella macchina specifica e quante aziende fanno obiettivi compatibili. 

Non lasciatevi conquistare dai Megapixel: non è assolutamente detto che un corpo macchina con un sensore con più Mp sia superiore ad uno con meno. Se siete indecisi tra due corpi macchina della stessa casa produttrice, non confrontate i Mp ma cercate in rete se per caso uno dei due sensori è della generazione successiva e preferitelo all'altro, indipendentemente dai Mp. Tenete conto che io ho stampato 70x105 cm delle foto fatte con una Nikon D80 con un sensore da 10.2 Megapixel; oggi di risoluzione ne avete fin che volete con qualunque sensore, quello che conta è la qualità (in questo post dell'anno scorso tutto lo spiegone sui Megapixel).
Ovviamente un sensore non è solo un biscottino di semiconduttori, c'è dentro molta elettronica. Una parte pragmatica di elettronica che vi può interessare è quella che permette di alzare gli ISO, ovverosia di fotografare anche in situazioni di luce scarsa. Come immaginerete se non c'è luce uno non se la può inventare, quindi "alzare gli ISO" significa agire sulla manopola di un amplificatore: se è di buona qualità ci permette di alzare di molto il volume senza troppi contrattempi, in caso contrario sono ronzii e pernacchie. Per questo ad ISO elevati, un corpo macchina più caro e più recente normalmente rende immagini più nitide e meno granulose di uno più economico.

Quello che nessuno vi dice mai e normalmente non prendete neanche in considerazione è l'ergonomia del corpo macchina. Per esempio, l'accessibilità dei comandi dipende dal fatto che sia un modello rivolto a dei principianti, a dei fotoamatori o a dei professionisti: nei modelli per principianti sono facilmente accessibili i programmi automatici (ritratto, paesaggio, tramonto, sport) che sono assenti in quelle professionali e solitamente accessibili dai menu interni per quelle semi-professionali, in compenso è spesso poco pratico cambiare rapidamente tempi, diaframmi e ISO. Per esempio le reflex Nikon professionali hanno due rotelle, una in corrispondenza dell'indice e una del pollice, per cambiare diaframmi e tempi, in modo da poterli modificare contemporaneamente; quelle amatoriali invece hanno una sola rotella in corrispondenza del pollice che cambia i tempi e la stessa rotella, se azionata premendo un bottone, cambia i diaframmi (o vice versa, non ricordo) per cui, oltre ad essere più scomodo ci vuole il doppio del tempo. Badateci, perché molti allievi dei miei corsi decidono di cambiare macchina fotografica proprio per questo motivo e per il seguente.
Infatti, un'altra cosa a cui non si pensa mai è il sistema di misurazione dell'esposizione: se la macchina fotografica è in grado di misurare solo la luminosità complessiva della scena e non eseguire una misurazione punto per punto, di fatto non ci sono grossi vantaggi ad usarla in modalità manuale rispetto ad usare un programma automatico, per cui va bene solo per dei principianti, per dei fotoamatori o aspiranti tali è inadeguata.

Infine l'obiettivo, che normalmente nei kit corpo macchina + obiettivo è uno zoom e normalmente non è un buon affare. Si è infatti tentati dal pensare che più uno zoom comprende più focali meglio sia, per esempio che un 18-200mm sia meglio di un 24-70mm.  In realtà il principale indizio di qualità di un obiettivo è il numero f, quel f/2.8 o f/3.3-5.6 che troviamo scritto vicino alla ghiera. Un obiettivo è fatto da una serie di lenti, più sono di numero e meno sono trasparenti, più assorbe luce;  il numero f ci dice quanta luce fa passare l'obiettivo, per esempio un obiettivo f/1.4 può far passare quattro volte la luce che passa da uno f/2.8, il che ci permette di scattare per esempio a ISO 400 anziché a ISO 1600.
Generalmente più uno zoom è ampio, più contiene lenti e affinché non diventi un fondo di bottiglia queste devono essere molto trasparenti e di conseguenza molto care.
Avere un obiettivo zoom è pratico, ma serve nelle focali che uno effettivamente usa di più: io col 24-70mm faccio praticamente tutto. Se è il vostro primo corpo macchina con obiettivo e state facendo una scelta in economia, valutate di comprare un kit base nuovo con l'idea che ben presto lo cambierete oppure investite subito di più in un obiettivo zoom di qualità superiore e accontentatevi di un corpo macchina usato.

Se c'è qualcosa che vi ispira, guardate sempre nell'usato su ebay a quanto la vendono o a quanto vendono il modello precedente: anche se la comprerete nuova, vi aiuterà a capire quanto si svaluta nel tempo e a quanto potete sperare di rivenderla. Perché se iniziate ad appassionarvi alla fotografia, la vorrete cambiare prima di quanto ora possiate immaginare.



Wednesday, June 22, 2016

Mio nonno aveva la quarta di reggiseno

Chiaramente avete cliccato su questo post perché incuriositi dal titolo, ma immagino che nessuno di
Man Ray, Sleeping Woman (1931)
La solarizzazione si ottiene esponendo brevemente alla luce
la carta fotografica mentre si trova nel bagno di sviluppo
voi abbia creduto che io stessi dicendo sul serio, avrete pensato ad una battuta, un doppio senso, un'iperbole; non penso che siate disposti a credere che mio nonno avesse la quarta di reggiseno. Nemmeno lo fareste se ora vi facessi vedere la foto di mio nonno, arzillo e scheletrico, con due tette da far invidia alla Bellucci: mi direste che gliele ho messe con Photoshop e che probabilmente non ho niente di meglio da fare nella vita.

Come ogni volta che qualcuno col Photoshop ci va giù un po' troppo pesante, si riapre il dibattito su quanto sia lecito l'uso di photoshop in fotografia, quanto il visitatore di una mostra si senta tradito o quanto una rappresentazione delle persone troppo lontana dalla realtà possa generare insicurezza e senso di inadeguatezza.
Credo che Michele Smargiassi nel suo blog Il Fotocrate abbia già detto quanto di più saggio e sensato si potesse dire sulla questione, quindi non mi resta che occuparmi delle cose facete e più glam, tipo la scelta del marchio di intimo Aerie di non ritoccare più le modelle con Photoshop (qui un articolo sulla questione dell'Huffington Post) che a quanto pare ha fruttato un 20% di aumento nelle vendite.

Foto e collage di Jean-Paul Goude
Facciamo un passo indietro e chiediamoci cosa ci aspettiamo da una fotografia. Molti risponderebbero che documenti la realtà, che è una risposta ingenua e imprecisa ma contiene un germe di verità. L'atto del fotografare, nel momento in cui si aziona l'otturatore, è un processo essenzialmente ottico: una foto si fa con l'ottica, quello che vedo nel visore prima di scattare è la mia fotografia. Quindi se lo vedo io c'è: posso aver scelto un'inquadratura o un'altra, un punto di vista o un altro, un obiettivo o un altro, una profondità di campo o un'altra. E' vero che ho deciso io cosa vedere e cosa no, cosa mettere in risalto e cosa no, da che punto di vista vedere le cose e in questo ho espresso il mio giudizio su cosa sto fotografando, ma innegabilmente cosa vedo attraverso il visore è lì davanti a me in quel momento. Il resto del processo fotografico sta nel non rendere effimera questa visione ma fissarla su un supporto: dietro l'otturatore posso catturare la mia immagine con un sensore digitale, con una pellicola ai sali d'argento o con cos'altro si inventeranno nel futuro e sottoporre questa, che altro non è che una presa dati, ai processi che mi porteranno ad un'immagine visibile. Chiaramente in questi processi posso intervenire non tanto a modificare l'immagine, che prima di tali processi non c'è, ma a creare da questa presa dati l'immagine che voglio. E posso veramente fare di tutto e di più, anche in analogico posso solarizzare, fare un cross processing, dei collage, dei fotomontaggi, dipingere sull'immagine.

Il risultato finale può essere anche molto diverso da quello che ho visto nel visore e non c'è veramente un punto ovvio in cui mettere un paletto, prima del quale la fotografia è fedele a ciò che vedevo e dopo non lo è più: anche una fotografia in bianco e nero non è fedele, perché io fortunatamente vedo a colori e non in scala di grigi. Ma a nessuno guardando una fotografia in bianco e nero passa per l'anticamera del cervello che quelli siano i colori "veri", è ovvio a tutti che non lo sono ed è proprio su queste ovvietà sottointese che si nasconde il problema. 

Se ho assistito ad un fatto e voglio narrarlo, posso farlo in modi diversi. Se lo presento come racconto posso prendere spunto dal fatto e arricchirlo con ciò che voglio e nessuno se ne lamenterà, se lo racconto una sera al bar agli amici penseranno che la sostanza sia vera, poi magari sto esagerando qualche dettaglio per renderlo più divertente ma va bene così, se sto deponendo in un aula di tribunale si aspettano che racconti tutto e solo quello che mi ricordo sia accaduto. Nessuna di queste opzioni è migliore dell'altra, purché avvenga nel giusto contesto.

Tornando quindi ad Aerie e alle foto di intimo in pubblicità, andando all'osso della questione il vero puntò è quanto sia credibile che la modella sia effettivamente così figa (figa rispetto a certi canoni). Perché il trucco pubblicitario funziona finché si è indotti a sognare di poter essere come la persona ritratta, magari proprio comprando il prodotto pubblicizzato, forse non ci arriveremo ma almeno ci avviciniamo. Se l'immagine è ancora credibile svolge il suo compito, quando ormai ci si è convinti che tanto sia tutta fotoscioppata e allora grazie, col Photoshop sono figa pure io, ecco che quello che ci vuole per noi non è più quel completino ma Photoshop. 
E già che ci siamo, ci sdegniamo anche che ci possano prendere così per stupide e che se la tipa è fotoscioppata allora magari pure il completino sembra carino ma poi visto dal vero sarà una schifezza. 

Evidentemente si è passato un po' il segno e il pubblico sta dando fiducia a chi ci presenta delle foto un po' sciatte ma che sembrano vere, trascurando ovviamente che ci stanno ingannando pure lì (di quella della Dove e della sciatteria pianificata spacciata per naturale abbiamo parlato qui).
     




Tuesday, June 14, 2016

La scatola delle scarpe col buco

Capita spesso che qualche grande fotografo intervistato dichiari che l'attrezzatura non è importante, che lui/lei è in grado di fare foto con qualunque apparecchiatura, anche una scatola delle scarpe col buco (trattasi della forma più elementare di camera stenopeica o pinhole) e mentre dice tutto questo accarezza la sua Hasselblad da 50.000 euro. E voi vi sentite comprensibilmente presi per il culo.

Diciamo che il problema è mal posto. Un fotografo scarso non è in grado di fare una foto interessante
Thomas Bachler, "Photoshooting"
Ho posato per questo progetto fotografico,
fatto vermante con una "scatola delle scarpe" col buco.
E sì, è stato uno shooting, nel senso che il fotografo
ha proprio sparato, sotto il mio occhio il segno del proiettile
neanche con milioni di euro di attrezzatura. Un fotografo in gamba è in grado di fare una foto interessante più o meno in qualunque situazione e con qualunque mezzo. Nessun fotografo è in grado di fare una determinata fotografia senza l'attrezzatura adeguata.

Il primo punto è ovvio e dovrebbe rappresentare una battuta d'arresto nella corsa agli armamenti (qui, qui e qui tre articoli del blog sull'attrezzatura) e portare alla conclusione che investire in formazione tecnica e cultura fotografica ripaga più che spendere migliaia di euro in un corredo da professionisti. Il secondo caso è quello a cui si riferisce il fantomatico grande fotografo intervistato e qui cercheremo di capire in cosa si discosta dal terzo.

Supponiamo quindi di trovarci in un determinato luogo, che ci venga messa in mano una macchina fotografica piuttosto scarsa e che ci venga chiesto di fare una foto, qualunque foto, quello che vogliamo noi, purché interessante. Il modo per uscirne vivi è capire immediatamente i limiti nei quali può lavorare il trabiccolo a nostra disposizione, capire che difetti tenderanno a manifestarsi nell'immagine e di conseguenza iniziare a pensare che tipo di fotografia possiamo realizzare e se quelli che sono i limiti tecnici e le caratteristiche peculiari dell'apparecchio possono essere sfruttati a nostro favore. Se siamo in grado di fare rapidamente questa analisi (mica per niente ho detto che uno deve essere in gamba), abbiamo ristretto il campo di foto possibili e non perdiamo tempo a fare inutili tentativi fallimentari. A questo punto le possibilità possono essere veramente molto limitate, magari è come dover scrivere un racconto breve usando solo l'indicativo presente ed evitando tutte le parole che contengono la lettera "e". E' difficile, ma se uno è sufficientemente figo ce la può fare.

Dover fare una determinata fotografia, è invece quello che capita quando si lavora su incarico per un cliente. Una richiesta specifica, tipo realizzare uno still-life di un gioiello, non può essere soddisfatta se non si ha l'attrezzatura adeguata, che non significa "cara", significa proprio l'attrezzatura giusta per fare quella determinata cosa. Se devo fotografare un anello ho bisogno di un obiettivo tipo un 100mm macro, altrimenti non ci riesco. Con un 100mm macro da 300 euro posso fare il lavoro, con un 24mm da 1200 euro non è proprio possibile; o per lo meno, riuscirei a fare una foto all'anello, magari anche interessante, ma non è il tipo di fotografia che si aspetta il cliente, che vuole uno still-life e non un eclettico parto della mia mente.  Dopodiché è anche serio che io abbia un 100mm macro da 1200 euro, in modo da garantire una qualità all'altezza di un lavoro professionale, ma è un'altra questione. 

Per cui sì, anch'io ho un'attrezzatura che costa una paccata di soldi ma confermo che una buona foto si può fare anche con una scatoletta se non c'è nessun vincolo sul tipo di fotografia che dobbiamo realizzare. Io faccio anche foto con fotocamere disgraziate (dette anche toy-camera in un linguaggio più cool), perché oltre ad essere divertente è molto utile: per quanta attrezzatura possiamo avere, potremmo comunque volerne di più, per fare cose che con quello che abbiamo non sono possibili o risultano più complicate da realizzare. Allenarsi a fotografare con poco ci aiuta a sfruttare tutte le potenzialità di ciò di cui disponiamo e può salvarci la vita in molti casi. 
Anche se siamo attrezzatissimi, non possiamo portarci sempre dietro tutto; penso al fotoamatore in vacanza o al professionista che va a fare un servizio presso il cliente. E se ad un certo punto c'è da fotografare qualcosa che non ci aspettavamo? Se non ci è stato detto che c'era  anche da fare qualcosa che non potevamo prevedere e non ci siamo portati quello che ci sarebbe servito?
Può essere l'elefante imbizzarrito che compare mentre stiamo visitando l'orto botanico dove noi eravamo andati a fare le macro ai fiorellini, oppure più probabilmente il cliente che ti dice "ah, e poi non te l'ho detto ma c'era da fotografare pure questo", dove "questo" può essere veramente qualunque cosa, veramente. Anche un elefante imbizzarrito.
A volte non c'è soluzione, bisogna rinunciare e tornare un'altra volta, ma spesso ingegnandosi un po' si può trovare una soluzione all'altezza delle aspettative.