Saturday, July 2, 2016

Mi compro una reflex e vado in vacanza (quello che normalmente non vi dicono)

E' luglio, molti di voi staranno pensando di comprare una macchina fotografica nuova in prospettiva delle vacanze e staranno impazzendo tra offerte, Megapixel, superzoom, reflex, mirrorless e budget a disposizione (qui  il mio post dell'anno scorso)

Approfitto di questo post per dirvi un po' di cose brutte che normalmente non vi dicono.

La prima cosa che è bene avere in mente, è che le foto le dovete fare voi e non la vostra macchina fotografica. Per cui è inutile spenderci le milleurate se poi il collo di bottiglia è la vostra tecnica o peggio ancora una carenza di padronanza del linguaggio fotografico. Se vi piace un oggetto e ve lo potete permettere è un altro discorso, non serve essere dei piloti provetti per concedersi il piacere di avere una bella automobile: comprate ciò che vi piace e vi rende felici. In caso contrario prendete qualcosa di adeguato al vostro livello, spendere di più non migliorerà le vostre foto: non prendetela come un'offesa ma come un buon consiglio per non sprecare dei soldi (qui i consigli per fotografare senza macchina fotografica).
Tutto questo tenendo presente due fattori: che un corpo macchina digitale è ancora soggetto ad obsolescenza tecnologica, mentre un obiettivo per una reflex full frame no. Per cui non ha molto senso comprare un corpo macchina migliore di quello che vi serve oggi pensando che magari tra qualche anno sarete cresciuti come fotografi, ha senso invece comprare un buon obiettivo perché quello vi resterà per sempre. 
Se è la vostra prima macchina fotografica, io riserverei non più di metà del budget al corpo macchina, va bene una ciofeca qualunque di seconda mano, in ogni caso tra un po' la cambierete comunque e spenderei invece per un buon obiettivo, tanto quello anche se poi stabilite che fotografare non è il vostro forte lo potete rivendere senza problemi.
Questo ragionamento funziona soprattutto se scegliete una delle maggiori marche, quelle anche usate dai professionisti per intenderci. E' lì che si trova un bell'assortimento di roba buona che non passa mai di moda, nuova o di seconda mano. 

Per quanto riguarda la scelta reflex o mirrorless, abbandonate il pregiudizio che una reflex sia comunque un oggetto migliore. Ci sono ottime mirrorless che hanno anche il vantaggio di essere più leggere e meno ingombranti; interessatevi sempre di quali e quanti obiettivi sono disponibili per quella macchina specifica e quante aziende fanno obiettivi compatibili. 

Non lasciatevi conquistare dai Megapixel: non è assolutamente detto che un corpo macchina con un sensore con più Mp sia superiore ad uno con meno. Se siete indecisi tra due corpi macchina della stessa casa produttrice, non confrontate i Mp ma cercate in rete se per caso uno dei due sensori è della generazione successiva e preferitelo all'altro, indipendentemente dai Mp. Tenete conto che io ho stampato 70x105 cm delle foto fatte con una Nikon D80 con un sensore da 10.2 Megapixel; oggi di risoluzione ne avete fin che volete con qualunque sensore, quello che conta è la qualità (in questo post dell'anno scorso tutto lo spiegone sui Megapixel).
Ovviamente un sensore non è solo un biscottino di semiconduttori, c'è dentro molta elettronica. Una parte pragmatica di elettronica che vi può interessare è quella che permette di alzare gli ISO, ovverosia di fotografare anche in situazioni di luce scarsa. Come immaginerete se non c'è luce uno non se la può inventare, quindi "alzare gli ISO" significa agire sulla manopola di un amplificatore: se è di buona qualità ci permette di alzare di molto il volume senza troppi contrattempi, in caso contrario sono ronzii e pernacchie. Per questo ad ISO elevati, un corpo macchina più caro e più recente normalmente rende immagini più nitide e meno granulose di uno più economico.

Quello che nessuno vi dice mai e normalmente non prendete neanche in considerazione è l'ergonomia del corpo macchina. Per esempio, l'accessibilità dei comandi dipende dal fatto che sia un modello rivolto a dei principianti, a dei fotoamatori o a dei professionisti: nei modelli per principianti sono facilmente accessibili i programmi automatici (ritratto, paesaggio, tramonto, sport) che sono assenti in quelle professionali e solitamente accessibili dai menu interni per quelle semi-professionali, in compenso è spesso poco pratico cambiare rapidamente tempi, diaframmi e ISO. Per esempio le reflex Nikon professionali hanno due rotelle, una in corrispondenza dell'indice e una del pollice, per cambiare diaframmi e tempi, in modo da poterli modificare contemporaneamente; quelle amatoriali invece hanno una sola rotella in corrispondenza del pollice che cambia i tempi e la stessa rotella, se azionata premendo un bottone, cambia i diaframmi (o vice versa, non ricordo) per cui, oltre ad essere più scomodo ci vuole il doppio del tempo. Badateci, perché molti allievi dei miei corsi decidono di cambiare macchina fotografica proprio per questo motivo e per il seguente.
Infatti, un'altra cosa a cui non si pensa mai è il sistema di misurazione dell'esposizione: se la macchina fotografica è in grado di misurare solo la luminosità complessiva della scena e non eseguire una misurazione punto per punto, di fatto non ci sono grossi vantaggi ad usarla in modalità manuale rispetto ad usare un programma automatico, per cui va bene solo per dei principianti, per dei fotoamatori o aspiranti tali è inadeguata.

Infine l'obiettivo, che normalmente nei kit corpo macchina + obiettivo è uno zoom e normalmente non è un buon affare. Si è infatti tentati dal pensare che più uno zoom comprende più focali meglio sia, per esempio che un 18-200mm sia meglio di un 24-70mm.  In realtà il principale indizio di qualità di un obiettivo è il numero f, quel f/2.8 o f/3.3-5.6 che troviamo scritto vicino alla ghiera. Un obiettivo è fatto da una serie di lenti, più sono di numero e meno sono trasparenti, più assorbe luce;  il numero f ci dice quanta luce fa passare l'obiettivo, per esempio un obiettivo f/1.4 può far passare quattro volte la luce che passa da uno f/2.8, il che ci permette di scattare per esempio a ISO 400 anziché a ISO 1600.
Generalmente più uno zoom è ampio, più contiene lenti e affinché non diventi un fondo di bottiglia queste devono essere molto trasparenti e di conseguenza molto care.
Avere un obiettivo zoom è pratico, ma serve nelle focali che uno effettivamente usa di più: io col 24-70mm faccio praticamente tutto. Se è il vostro primo corpo macchina con obiettivo e state facendo una scelta in economia, valutate di comprare un kit base nuovo con l'idea che ben presto lo cambierete oppure investite subito di più in un obiettivo zoom di qualità superiore e accontentatevi di un corpo macchina usato.

Se c'è qualcosa che vi ispira, guardate sempre nell'usato su ebay a quanto la vendono o a quanto vendono il modello precedente: anche se la comprerete nuova, vi aiuterà a capire quanto si svaluta nel tempo e a quanto potete sperare di rivenderla. Perché se iniziate ad appassionarvi alla fotografia, la vorrete cambiare prima di quanto ora possiate immaginare.



Wednesday, June 22, 2016

Mio nonno aveva la quarta di reggiseno

Chiaramente avete cliccato su questo post perché incuriositi dal titolo, ma immagino che nessuno di
Man Ray, Sleeping Woman (1931)
La solarizzazione si ottiene esponendo brevemente alla luce
la carta fotografica mentre si trova nel bagno di sviluppo
voi abbia creduto che io stessi dicendo sul serio, avrete pensato ad una battuta, un doppio senso, un'iperbole; non penso che siate disposti a credere che mio nonno avesse la quarta di reggiseno. Nemmeno lo fareste se ora vi facessi vedere la foto di mio nonno, arzillo e scheletrico, con due tette da far invidia alla Bellucci: mi direste che gliele ho messe con Photoshop e che probabilmente non ho niente di meglio da fare nella vita.

Come ogni volta che qualcuno col Photoshop ci va giù un po' troppo pesante, si riapre il dibattito su quanto sia lecito l'uso di photoshop in fotografia, quanto il visitatore di una mostra si senta tradito o quanto una rappresentazione delle persone troppo lontana dalla realtà possa generare insicurezza e senso di inadeguatezza.
Credo che Michele Smargiassi nel suo blog Il Fotocrate abbia già detto quanto di più saggio e sensato si potesse dire sulla questione, quindi non mi resta che occuparmi delle cose facete e più glam, tipo la scelta del marchio di intimo Aerie di non ritoccare più le modelle con Photoshop (qui un articolo sulla questione dell'Huffington Post) che a quanto pare ha fruttato un 20% di aumento nelle vendite.

Foto e collage di Jean-Paul Goude
Facciamo un passo indietro e chiediamoci cosa ci aspettiamo da una fotografia. Molti risponderebbero che documenti la realtà, che è una risposta ingenua e imprecisa ma contiene un germe di verità. L'atto del fotografare, nel momento in cui si aziona l'otturatore, è un processo essenzialmente ottico: una foto si fa con l'ottica, quello che vedo nel visore prima di scattare è la mia fotografia. Quindi se lo vedo io c'è: posso aver scelto un'inquadratura o un'altra, un punto di vista o un altro, un obiettivo o un altro, una profondità di campo o un'altra. E' vero che ho deciso io cosa vedere e cosa no, cosa mettere in risalto e cosa no, da che punto di vista vedere le cose e in questo ho espresso il mio giudizio su cosa sto fotografando, ma innegabilmente cosa vedo attraverso il visore è lì davanti a me in quel momento. Il resto del processo fotografico sta nel non rendere effimera questa visione ma fissarla su un supporto: dietro l'otturatore posso catturare la mia immagine con un sensore digitale, con una pellicola ai sali d'argento o con cos'altro si inventeranno nel futuro e sottoporre questa, che altro non è che una presa dati, ai processi che mi porteranno ad un'immagine visibile. Chiaramente in questi processi posso intervenire non tanto a modificare l'immagine, che prima di tali processi non c'è, ma a creare da questa presa dati l'immagine che voglio. E posso veramente fare di tutto e di più, anche in analogico posso solarizzare, fare un cross processing, dei collage, dei fotomontaggi, dipingere sull'immagine.

Il risultato finale può essere anche molto diverso da quello che ho visto nel visore e non c'è veramente un punto ovvio in cui mettere un paletto, prima del quale la fotografia è fedele a ciò che vedevo e dopo non lo è più: anche una fotografia in bianco e nero non è fedele, perché io fortunatamente vedo a colori e non in scala di grigi. Ma a nessuno guardando una fotografia in bianco e nero passa per l'anticamera del cervello che quelli siano i colori "veri", è ovvio a tutti che non lo sono ed è proprio su queste ovvietà sottointese che si nasconde il problema. 

Se ho assistito ad un fatto e voglio narrarlo, posso farlo in modi diversi. Se lo presento come racconto posso prendere spunto dal fatto e arricchirlo con ciò che voglio e nessuno se ne lamenterà, se lo racconto una sera al bar agli amici penseranno che la sostanza sia vera, poi magari sto esagerando qualche dettaglio per renderlo più divertente ma va bene così, se sto deponendo in un aula di tribunale si aspettano che racconti tutto e solo quello che mi ricordo sia accaduto. Nessuna di queste opzioni è migliore dell'altra, purché avvenga nel giusto contesto.

Tornando quindi ad Aerie e alle foto di intimo in pubblicità, andando all'osso della questione il vero puntò è quanto sia credibile che la modella sia effettivamente così figa (figa rispetto a certi canoni). Perché il trucco pubblicitario funziona finché si è indotti a sognare di poter essere come la persona ritratta, magari proprio comprando il prodotto pubblicizzato, forse non ci arriveremo ma almeno ci avviciniamo. Se l'immagine è ancora credibile svolge il suo compito, quando ormai ci si è convinti che tanto sia tutta fotoscioppata e allora grazie, col Photoshop sono figa pure io, ecco che quello che ci vuole per noi non è più quel completino ma Photoshop. 
E già che ci siamo, ci sdegniamo anche che ci possano prendere così per stupide e che se la tipa è fotoscioppata allora magari pure il completino sembra carino ma poi visto dal vero sarà una schifezza. 

Evidentemente si è passato un po' il segno e il pubblico sta dando fiducia a chi ci presenta delle foto un po' sciatte ma che sembrano vere, trascurando ovviamente che ci stanno ingannando pure lì (di quella della Dove e della sciatteria pianificata spacciata per naturale abbiamo parlato qui).
     




Tuesday, June 14, 2016

La scatola delle scarpe col buco

Capita spesso che qualche grande fotografo intervistato dichiari che l'attrezzatura non è importante, che lui/lei è in grado di fare foto con qualunque apparecchiatura, anche una scatola delle scarpe col buco (trattasi della forma più elementare di camera stenopeica o pinhole) e mentre dice tutto questo accarezza la sua Hasselblad da 50.000 euro. E voi vi sentite comprensibilmente presi per il culo.

Diciamo che il problema è mal posto. Un fotografo scarso non è in grado di fare una foto interessante
Thomas Bachler, "Photoshooting"
Ho posato per questo progetto fotografico,
fatto vermante con una "scatola delle scarpe" col buco.
E sì, è stato uno shooting, nel senso che il fotografo
ha proprio sparato, sotto il mio occhio il segno del proiettile
neanche con milioni di euro di attrezzatura. Un fotografo in gamba è in grado di fare una foto interessante più o meno in qualunque situazione e con qualunque mezzo. Nessun fotografo è in grado di fare una determinata fotografia senza l'attrezzatura adeguata.

Il primo punto è ovvio e dovrebbe rappresentare una battuta d'arresto nella corsa agli armamenti (qui, qui e qui tre articoli del blog sull'attrezzatura) e portare alla conclusione che investire in formazione tecnica e cultura fotografica ripaga più che spendere migliaia di euro in un corredo da professionisti. Il secondo caso è quello a cui si riferisce il fantomatico grande fotografo intervistato e qui cercheremo di capire in cosa si discosta dal terzo.

Supponiamo quindi di trovarci in un determinato luogo, che ci venga messa in mano una macchina fotografica piuttosto scarsa e che ci venga chiesto di fare una foto, qualunque foto, quello che vogliamo noi, purché interessante. Il modo per uscirne vivi è capire immediatamente i limiti nei quali può lavorare il trabiccolo a nostra disposizione, capire che difetti tenderanno a manifestarsi nell'immagine e di conseguenza iniziare a pensare che tipo di fotografia possiamo realizzare e se quelli che sono i limiti tecnici e le caratteristiche peculiari dell'apparecchio possono essere sfruttati a nostro favore. Se siamo in grado di fare rapidamente questa analisi (mica per niente ho detto che uno deve essere in gamba), abbiamo ristretto il campo di foto possibili e non perdiamo tempo a fare inutili tentativi fallimentari. A questo punto le possibilità possono essere veramente molto limitate, magari è come dover scrivere un racconto breve usando solo l'indicativo presente ed evitando tutte le parole che contengono la lettera "e". E' difficile, ma se uno è sufficientemente figo ce la può fare.

Dover fare una determinata fotografia, è invece quello che capita quando si lavora su incarico per un cliente. Una richiesta specifica, tipo realizzare uno still-life di un gioiello, non può essere soddisfatta se non si ha l'attrezzatura adeguata, che non significa "cara", significa proprio l'attrezzatura giusta per fare quella determinata cosa. Se devo fotografare un anello ho bisogno di un obiettivo tipo un 100mm macro, altrimenti non ci riesco. Con un 100mm macro da 300 euro posso fare il lavoro, con un 24mm da 1200 euro non è proprio possibile; o per lo meno, riuscirei a fare una foto all'anello, magari anche interessante, ma non è il tipo di fotografia che si aspetta il cliente, che vuole uno still-life e non un eclettico parto della mia mente.  Dopodiché è anche serio che io abbia un 100mm macro da 1200 euro, in modo da garantire una qualità all'altezza di un lavoro professionale, ma è un'altra questione. 

Per cui sì, anch'io ho un'attrezzatura che costa una paccata di soldi ma confermo che una buona foto si può fare anche con una scatoletta se non c'è nessun vincolo sul tipo di fotografia che dobbiamo realizzare. Io faccio anche foto con fotocamere disgraziate (dette anche toy-camera in un linguaggio più cool), perché oltre ad essere divertente è molto utile: per quanta attrezzatura possiamo avere, potremmo comunque volerne di più, per fare cose che con quello che abbiamo non sono possibili o risultano più complicate da realizzare. Allenarsi a fotografare con poco ci aiuta a sfruttare tutte le potenzialità di ciò di cui disponiamo e può salvarci la vita in molti casi. 
Anche se siamo attrezzatissimi, non possiamo portarci sempre dietro tutto; penso al fotoamatore in vacanza o al professionista che va a fare un servizio presso il cliente. E se ad un certo punto c'è da fotografare qualcosa che non ci aspettavamo? Se non ci è stato detto che c'era  anche da fare qualcosa che non potevamo prevedere e non ci siamo portati quello che ci sarebbe servito?
Può essere l'elefante imbizzarrito che compare mentre stiamo visitando l'orto botanico dove noi eravamo andati a fare le macro ai fiorellini, oppure più probabilmente il cliente che ti dice "ah, e poi non te l'ho detto ma c'era da fotografare pure questo", dove "questo" può essere veramente qualunque cosa, veramente. Anche un elefante imbizzarrito.
A volte non c'è soluzione, bisogna rinunciare e tornare un'altra volta, ma spesso ingegnandosi un po' si può trovare una soluzione all'altezza delle aspettative.

Thursday, May 26, 2016

Un anno di Blog!

Celebriamo oggi un anno di blog, dopo aver festeggiato qualche giorno fa i quattro anni dello Studio Fotografico Plastikwombat.

Vi ringrazio: dopo un anno siamo a più di 4500 visite. Quando ho incominciato non sapevo se sarei stata inutile, noiosa, divertente, interessante, inutilmente polemica, stimolante, quanti l'avrebbero letto e quanti l'avrebbero consigliato.

Dopo un anno il bilancio è assolutamente positivo, quindi ora sto blog ve lo tenete, si va avanti!

Per il compleanno abbiamo introdotto una novità. Il Blog è stato integrato nella versione desktop e laptop della nostra pagina web plastikwombat.com e vi si può accedere direttamente dall'indirizzo dedicato blog.plastikwombat.com

La foto non c'entra niente col blog, ma è una delle prime foto scattate nello studio Plastikwombat. Grazie Giulia!


Friday, May 13, 2016

gli studenti e i pornogattini

dal progetto "Il triangolo di cielo",
la foto è mia
E' di questi giorni la notizia che un gruppo di mutandari organizzato,  ha giudicato oscene le nudità esposte in una mostra al Campus Einaudi. Non so se "oscene" è la parola utilizzata dai detrattori o se è quella riportata dai giornalisti, in ogni caso il concetto è chiaro: piselli e bagiane non si possono far vedere, non è il caso, non è opportuno. Immagino come al solito "a meno che il nudo non sia artistico" (come si premurano di specificare gli organizzatori), ma qui si entra nel campo minato di definire cos'è arte e cosa no. 

Partiamo allora dal lato opposto, e prendiamo dal dizionario Treccani la definizione di pornografìa: "Trattazione o rappresentazione (attraverso scritti, disegni, fotografie, film, spettacoli, ecc.) di soggetti o immagini ritenuti osceni, fatta con lo scopo di stimolare eroticamente il lettore o lo spettatore: fare della p.; è un film che contiene solo p.; una campagna moralizzatrice contro la p.; un’opera in bilico tra raffinato erotismo e triviale pornografia."    

Al di là del fatto che si parla di immagini "ritenute oscene" perché ovviamente cosa è osceno è tutt'altro che soggettivo e varia in base a fattori storici e culturali, si dice che lo scopo è quello di stimolare eroticamente lo spettatore. Un po' come dire che un'immagine pubblicitaria ha lo scopo di stimolare lo spettatore all'acquisto. Il che è corretto, solo che lo stimolo all'acquisto è qualcosa di accettato dalla nostra società mentre lo stimolo erotico è qualcosa che magari va anche bene ma se te lo fai a casa tua. Per questo è molto meno frequente che qualcuno si lamenti per essersi imbattuto per caso in uno stimolo all'acquisto in un luogo che non ritiene appropriato, piuttosto che brontoli per uno stimolo erotico inaspettato.

lo scopo di questa foto, che è pure brutta,
è unicamente quello di farvi invidia
Il concetto cardine in tutto questo è lo scopo. Ogni immagine deve essere fatta con uno scopo, altrimenti è come blaterare a vanvera. L'onestà del fotografo sta nel non nascondersi dietro ad un dito e dire che la foto ha lo scopo di sensibilizzare su un certo tema quando invece vuole vendere un prodotto, o di dire che sta indagando i vari aspetti della femminilità quando gli andava solo di fotografare della gnocca. La progettualità del fotografo sta nello stabilire, prima di azionare l'otturatore, qual è lo scopo per cui sta realizzando quella fotografia, mentre la sua capacità sta nell'usare il linguaggio giusto per raggiungerlo. 

I milioni di foto di gattini che invadono internet sono del porno allo stato puro: non hanno altro obiettivo se non stimolare la nostra naturale reazione pucciosa facendoci provare piacere, non vi è altro senso, scopo o fine. Nello stesso modo #foodporn è diventato un hashtag estremamente popolare. Nessuno se ne vergogna, nessuno se ne lamenta, guardare del cibo e desiderarlo non è considerato da sporcaccioni e il voyeurismo culinario ormai non conosce limiti.

Tornando alle foto esposte al Campus Einaudi, l'unica domanda che ha senso non è se sono oscene o no, se è arte o no,  ma qual era il loro scopo e se l'hanno raggiunto.  Tratta da La Stampa la spiagazione dell'autore: «Abbiamo voluto ritrarre il quotidiano – aggiunge l’autore degli scatti, il neolaureato Mirko Isaia – in quel quotidiano dove la nudità spesso crea vergogna».
Magari non c'è riuscito, ma i bragettoni non si stavano certo lamentando di questo.





  

Saturday, April 30, 2016

Curry e Photoshoppa, come uscire dal tunnel delle droghe

foto di Steve McCurry
pellicola Kodachrome
Come ampiamente prevedibile ci è andato di mezzo lo stagista (vabbé, chiamiamolo "giovane collaboratore") come ci spiega La Stampa "(...) McCurry, il quale ha deciso di licenziare il suo giovane collaboratore statunitense" e si è acceso il dibattito sulla liceità dell'uso di Photoshop, tanto che sempre La Stampa lancia un sondaggio sull'opportunità o meno di rimuovere la foto dalla mostra, ma fortunatamente ci illumina anche con due illustri pareri.
Io la mia l'ho già detta qui, la questione di Photoshop mi interessa poco, mi preoccupa come dei lavori importanti siano delegati a persone non in grado di farli senza un'opportuna supervisione. 

Ma dai commenti che leggo, mi rendo conto che tra chi della fotografia fruisce ma non la pratica c'è comprensibilmente un po' di confusione su come tecnicamente nasce un'immagine. Già che ho un blog di fotografia cercherò di fare un po' di chiarezza.

foto di Nan Goldin
pellicola Cibachrome
Partiamo dal colore, in particolare dai colori saturi che da sempre caratterizzano le foto di McCurry e tanto affascinano il pubblico.  Il colore di una fotografia è determinato dal tipo di pellicola (positiva o negativa) usato e dall'uso più o meno sapiente che se ne fa.  Pellicole negative come la Kodak Gold che abbiamo usato tutti per le foto delle vacanze, restituiscono colori abbastanza aderenti alla realtà e sono  piuttosto tolleranti con l'imprecisione dell'esposizione. Pellicole positive come la Kodachrome restituiscono colori particolarmente saturi, a patto di esporre correttamente, quindi Steve McCurry ottiene il ritratto della ragazza afgana, il vacanziero con la compattina in automatico otterrebbe solo delle porcate.  A destra vedete una foto di Nan Goldin su Cibachrome (Ilfochrome) un'altra pellicola positiva che insieme all'utilizzo che ne fa la fotografa ci restituisce delle tonalità decisamente più tenui (edit 2/5/2016, leggere nota a fondo post).
La morale della favola è che la palette di colori di una fotografia è decisa a priori dal fotografo che sceglie consapevolmente una pellicola e ne fa buon uso.

Ora che c'è il digitale cosa succede? Succede che il sensore della macchina raccoglie dei dati fisici (intensità e frequenza della luce che colpisce ogni suo pixel) e poi con un software questi dati vengono convertiti in un' immagine. La macchina fotografica ha un suo software interno, che è quello che ci permette di vedere subito la foto sullo schermo, che è programmato per restituirci un'immagine più aderente possibile alla realtà e correggere i nostri eventuali errori di esposizione. Insomma, è la Kodak Gold digitale: proprio per questo chi fa foto senza troppe velleità "scatta in jpg", ovvero lascia convertire il file di dati ad immagine in automatico.
Il professionista, o il fotoamatore avanzato, "scatta in raw", sarebbe a dire che scarica dalla macchina fotografica il file di dati e poi lo converte manualmente in immagine utilizzando un software apposito, tipo per esempio Photoshop Lightroom (che non è Photoshop). Inutile a dirsi che tra i preset di sviluppo ci si può procurare quelli  Kodachrome, Ektachrome, Ilfochrome, proprio per fare come se si fosse scattato con quelle pellicole. Oltre ovviamente a poter creare palette di colori completamente nuove, mai sviluppate per nessuna pellicola.
Ci tengo a precisare che non si tratta di "correggere" saturazione, contrasto etc. ma di stabilirli. L'idea di "correzione" nasce dal fatto che la prima cosa che il software ci fa vedere a schermo è un'immagine che ha creato lui in automatico come punto di partenza, altrimenti non sapremmo cosa fare: ma da lì non la "correggiamo", semplicemente prendiamo in mano la situazione.

Quindi anche quando scattava a pellicola i colori di McCurry non erano reali perché la Kodachrome ipersaturava e ora questa saturazione avviene in fase di elabrazione di un file di dati. Embè?

Cucù! Trotsky non c'è più...
Fin qui Photoshop non c'entra. Spostare i pali o, come alcuni ipotizzano, unire più immagni, si è sempre potuto fare. Qui un'opera di Josef Stalin, Photoshop guru ante litteram (forse il montaggio non l'ha fatto lui ma uno stagista).

Il problema di questo tipo di manipolazioni è il rapporto tra chi propone l'immagine e il fruitore, non la manipolazione in sé. Benché una fotografia non rappresenti mai la realtà ma la porzione della realtà che il fotografo ha deciso di farci vedere, per di più attraverso il suo sguardo e il suo giudizio, per alcuni tipi di immagini ci aspettiamo comunque che siano vere, con le precedenti riserve, o per lo meno non falsificate. Infatti un vincitore del premio Pulitzer è stato licenziato dalla Associated Press dopo che era venuto fuori che aveva cancellato dalla foto vincitrice la videocamera di un collega rimasta per terra  (qui la storia in breve). Di per sé una cosa non molto grave visto che non modificava il senso della foto, comunque inaccettabile per del fotogiornalismo.

foto di Anthony Goicolea
In altri casi, tipo le foto di Lachapelle o Goicolea, siamo perfettamente consapevoli che siano dei set costruiti ad hoc e ci sia un pesante uso di Photoshop e le apprezziamo per questo. D'altronde non c'è motivo per cui una foto debba rappresentare la realtà; in fondo un film, che tecnicamente è assolutamente analogo ad una foto, siamo abituati e consapevoli che sia una storia inventata, spesso arricchita di effetti speciali. A meno che non si suggerisca che sia un documentario o un servizio giornalistico. Allora anche dall'immagine in movimento ci aspettiamo, giustamente, la realtà. La questione sull'utilizzo del fotomontaggio (che non è il fotoritocco, ma non voglio dilungarmi oltre) in un autore com Steve McCurry sta soltanto qui, sullo stabilire se in maniera più o meno esplicita, a partire dal linguaggio e dallo stile che usa, suggerisce al pubblico che gli scatti non siano stati sottoposti a questo tipo di modifiche. Il 63% delle persone che al momento hanno votato sul sondaggio de La Stampa, sostiene che la foto incriminata vada eliminata dalla mostra. Ok, è il "grande pubblico" ha i suoi limiti, ma è proprio al grande pubblico che quella mostra è rivolta, altrimenti ci esponevano Antoine D'agata. Per cui qualcosa non ha funzionato.

foto di David Lachapelle






Edit 2/4/2016 - Il collega Andrea Calabresi, artista, stampatore fine art esperto di fotografia analogica, mi fa presente che la foto din Nan Goldin non è scattata direttamente su Cibachrome (cosa effettivamente possibile solo con una medio o gran formato) come erroneamente ero convinta, ma anch'essa su Kodachrome e poi stampata su Cibachrome, sostanzialmente come quella di McCurry, per cui la differente cromia che imputavo prevalentemente al mezzo è invece dovuta di fatto al trattamento in sviluppo e stampa.

Foto di Nadav Kander
Per offrirvi un'alternativa che stavolta sia un'alternativa per davvero proviamo con Nadav Kander, autore contemporaneo che lavora a pellicola. Tutto punta verso il fatto che questa foto sia stata scattata su pellicola negativa, ma dopo il Cibachrome di Nan Goldin non mi fido più a dire quale, chi lo sa di per certo si faccia avanti.

Chi non è d'accordo sul fato che sia stampa cromogenica da pellicola negativa lo dica, mal che vada continueremo ad accumulare in fondo a questo post foto analogiche con cromie differenti, accumulando evidenze su evidenze di come dire che qualuno "ha modificato i colori con Photoshop" non ha veramente senso.
Per cui, a parte la cappella sul Cibachrome di cui mi scuso, il senso del post rimane immutato.






Tuesday, April 26, 2016

Steve Mc Curry sposta i pali! ( Il merdone in Photoshop è facile da pestare, diffcile da pulire.)

Ok, della mostra di Steve Mc Curry alla Venaria si è già parlato male a sufficienza, forse eccessivamente male perché in fondo il ragazzo ci sa fare. Ma l'ultimo merdone e forse il più immotivato arriva non con critiche in merito al suo modo di fare e concepire la fotografia, che infondo interessa pochi addetti e non tocca il grande pubblico, ma con qualcosa di disprezzato e prosaico come Photoshop. "Steve Mc Curry sposta i pali!" è più o meno l'accusa che arriva da ogni dove, dopo che Paolo Viglione, dopo aver visitato la mostra, si accorge di un vero e proprio Photoshop disaster e lo segnala nel suo blog.

Qui a destra la foto che credo sia sua, il fotocollage deve essere di Marianna Santoni, ma ormai il tutto si è sparso nel web e la paternità diluita. 
Non c'è dubbio, se non è una burla del Viglione, c'è una photoshoppata da principianti malaccorti, si vede la base del palo al posto dello stinco del passante e il suddetto palo materializzarsi dal nulla in mezzo ad una scalinata, più altre porcherie minori ma ben evidenti.

Può Steve Mc Curry usare Photoshop o ci sta prendendo in giro? 

Non lo so, ma mi sembra il problema minore.
Ho visto a Parigi una foto di Karl Lagerfeld che aveva una boiata sullo sfondo, l'ho vista perché è la boiata tipica contro cui lotto quotidianamente e stavo proprio andando a guardare loro come trattavano il problema e la risposta è stata "ehhh, ad minchiam!" e anziché rilassarmi mi sono ripromessa di spenderci ancora più tempo per evitare questo tipo di imperfezioni. 
Ma io sono convinta che né Lagerfeld né Mc Curry siano consapevoli di questo. Evidentemente non sono loro a post produrre le immagini, siamo solo noi tapini che facciamo da stylist, addetti alle luci, fotografi, editor e post-produttori e ogni errore lo facciamo autenticamente con le nostre manine.

Qui probabilmente uno zelante pasticcione si è messo all'opera e, se va bene, Steve Mc Curry ha visto la foto a monitor. E a monitor no, non si nota. 
Infatti io che vado a braccetto con l'ansia, dovendo fare una photoshoppata bella pesante (macchina foto su cavalletto in mezzo ad una sala con specchi affacciati che generava ben sette riflessi) ad una foto che sarebbe stata stampata un metro per due e mezzo, l'ho proiettata sul fondale bianco a grandezza naturale e l'abbiamo guardata in tre, centimetro per centimetro.
L'ansia è passata solo quando l'ho vista stampata, al suo posto. 

Ma io non sono un fenomeno, ho solo fatto quello che bisognava fare: attenzione. 

Quello che però mi chiedo: come mai le foto di Steve Mc curry le photoshoppa uno che è peggio di me? Cioè, non che io sia una capra, ma non sono certo una Photoshop guru, sono solo una fotografa che fa di necessità virtù e si fa tutta la post alle sue foto, non post-produco foto di altri.  
Lo spettro che si aggira nella mia mente ha un nome e si chiama "stagista". Non so come sia andata, ma è evidente che ci ha messo le mani qualcuno che no, senza la supervisione di altri, le mani lì non ce le doveva mettere. Capita sempre più spesso, ovunque. Purtroppo.

Mi fa in fondo sorridere che alla fine attorno alla chiacchierata mostra di Mc Curry (su cui anche il NY Times ci è andato giù pesante) su cui ci sarebbe molto da dire (ma forse non interessa più nessuno perché sono le solite cose dette e ridette) si sia generato più buzz per Photoshop che per altro. O forse no, questo uso maldestro di Photoshop è solo una conseguenza di quello su cui ci sarebbe da discutere ed è proprio quella che il grande pubblico capisce meglio. 
Quindi ben venga, magari partendo da questo è più facile spiegare tutto il resto.