Thursday, February 16, 2017

Il pittorialismo di ritorno

"Pittorialismo" Da Wikipedia

Il pittorialismo fu un movimento della fine del XIX secolo nato per elevare il mezzo fotografico al pari della pittura o della scultura. La fotografia venne spesso paragonata con disprezzo a semplice strumento di riproduzione della realtà, a causa del procedimento meccanico e automatico richiesto per la produzione delle immagini. Lo scopo dei pittorialisti fu quello di apportare la manualità e il senso estetico necessario per rendere la fotografia un'opera comparabile a quella delle arti maggiori.

I fotografi che parteciparono a questo movimento utilizzarono le tecniche e i processi che più rendevano l'immagine simile ad un disegno, adoperando la stampa alla gomma bicromata o al bromolio, gli obiettivi soft-focus o la stampa combinata di più negativi su un unico positivo. Per questi motivi, il processo preferito dei primi pittorialisti fu quello della calotipia, dove la superficie irregolare del supporto cartaceo rendeva confusi i dettagli. Spesso gli stessi pittorialisti provenivano da esperienze di pittura o scultura e convertivano le regole delle arti alla pratica fotografica. Influenzati dal movimento dell'impressionismo, i pittorialisti abbandonarono lo studio in favore degli spazi aperti, per meglio catturare lo spirito e la luce della natura.

"Straight Photography" Da Wikipedia

La straight photography ("fotografia diretta") è una tendenza del linguaggio fotografico che nasce nella prima metà del Novecento in opposizione alla corrente del pittorialismo e in generale a ogni forma di manipolazione dell'immagine estranea alle specificità linguistiche del mezzo, o a quelle che venivano riconosciute come tali. La locuzione compare per la prima volta nel 1904, sulla rivista fondata da Alfred Stieglitz, Camera Work, in un articolo del critico d'arte Sadakichi Hartmann. Ebbe il suo centro nevralgico negli Stati Uniti, in relazione alla diffusione della fotografia documentaria, alla nascita della figura del fotoreporter e alla crescente attenzione di matrice giornalistica nei confronti delle grandi questioni sociali. In questo senso si inserisce il messaggio della straight photography: qualunque cosa in grado di alterare la fotografia rende automaticamente meno puro lo scatto e, quindi, meno vero. Tecnicamente, questo significa un netto distacco dall'utilizzo di filtri o obiettivi pre-esposti e di particolari procedimenti di sviluppo e stampa.

Ok, questo post potrebbe anche finire qui, ma la polemica è il profumo della vita, quindi procediamo (cito il mai sufficientemente lodato Francesco, compagno d'ufficio, che oltre a raccogliere semi di ginko biloba ci regalò la seguente perla: la polemica non è mai sterile, genera sempre altra polemica).
Osserviamo le date: la fotografia nasce all'inizio del 1800, nella seconda metà del 1800 nascono i fotografi e già verso la fine del secolo iniziano a porsi il problema su come la fotografia si debba rapportare alla pittura, sotto il peso del pregiudizio che ne sia una sorella minore, e stabiliscono che per nobilitarla si debbano introdurre tecniche e manipolazioni non necessarie alla fotografia stessa, ma funzionali a farla assomigliare alla pittura e renderla un'arte meno sfigata.
Agli inizi del 1900 ci si accorge finalmente che la fotografia ha una sua dignità e che per trovare la sua strada non deve scimmiottare la pittura, anzi, deve crearsi un suo linguaggio e un suo scopo nel mondo, indipendenti.

Questo molto a spanne, non voglio fare un riassunto mal fatto della storia della fotografia ai suoi albori, ma questo excursus mi serve a formulare la seguente domanda: perché nel XXI secolo, dopo che siamo andati nello spazio, dopo aver inventato internet, dopo aver sconfitto terribili malattie tipo la peste e la TBC, deve esistere un'applicazione come Prisma che  si presenta nel seguente modo?

Be an artist! Turn your photos into awesome artworks

Che veicola due messaggi, entrambi pessimi.
Il primo è che anche se la tua foto  è 'nammerda, non è 'nammerda perché non ha senso e non sei buono a fare le foto, manchi di cultura fotografica e sei tecnicamente una scarpa: no, è perché non assomiglia ad un quadro. Dalla in pasto ad una app che simula la pittura e vedrai che con quel twist pure 'nammerda piglia subito valore.
A corollario di questo primo pensiero concludiamo anche che se un pittore copia una fotografia e il risultato è figo, ovviamente l'arte è del pittore, la fotografia era solo uno spunto, anche se tutto ciò che ha di buono il quadro è praticamente ciò che aveva di buono la fotografia.
Il secondo, è che non si dà proprio il caso che tu con la tua fotografia possa già aver fatto un "artwork", manca comunque il twist pittorico.

Quindi la conclusione è che se vuoi fare dell'arte ma non sai dipingere e nemmeno fotografare (provare con la scultura?) puoi fare una foto demmerda e poi una app la renderà arte per te. Wow!

Ovviamente presentata come segue non avrebbe venduto, ma sarebbe stata più onesta...


   Be a moron! Turn your shitty pic into cheap graphics


Thursday, January 19, 2017

Come fare non fare

Tutte le foto belle si somigliano; ogni foto brutta è invece disgraziata a modo suo. 
(Lev Tolstoj)
Mi rendo conto che spesso nei post del blog tendo a fustigare vizi, piuttosto che lodare virtù.
Il problema è che dire cosa bisogna fare per fare una buona foto non è facile, soprattutto perché non è assolutamente detto che seguendo una serie di regole si abbia poi un risultato felice, così come non ci sono istruzioni per essere delle persone felici. D'altro canto però, pur non somigliandosi veramente tra loro, né le foto belle, né le persone felici, hanno tutte qual qualcosa di originale e compiuto che le fa risplendere.
Al contrario è facilmente individuabile un elenco di errori che portano all'infelicità o alle foto brutte in modo quasi sicuro. Per cui secondo me non è così disfattista partire da cosa non fare. Ma per riportare equilibrio nella forza, questa volta elencherò prima cinque cose da non fare e poi mi sforzerò di elencarne altrettante da fare.

Come non fare

1- Scegliere un soggetto che è ormai diventato un cliché. 
E molto difficile trattare un tema già ampiamente trattato o che viene bene perché è già interessante di suo. Se volete degli schiaffoni vi consiglio questo video di Benedusi, dove fa un elenco completo delle cose da non fotografare e spiega il perché.

2- Ispirarsi alle foto fatte dal vostro giro di appassionati, da quelli che prendono più "mi piace" sui vari social, anche quelli dedicati alla fotografia, magari mandano pure le loro foto a delle riviste che gliele pubblicano (senza ovviamente sganciargli un soldo). Quelli che sembrano e si atteggiano a grandi guru nei forum e sui social dedicati (non finisco la frase, meglio un anacoluto che quello che stavo per dire)

3- Cercare di realizzare un'immagine che vada molto oltre le proprie capacità tecniche, l'attrezzatura, la qualità di soggetti e oggetti che si hanno a disposizione. Per dire, è inutile cercare di fare uno scatto fashion con una vostra amica, che sarà anche figa ma mai sufficientemente figa, due vestiti che ha nell'armadio e un flash recuperato da un altro amico, che non avete ancora capito bene come usare. Ok, fatelo anche ma come gioco, poi non fate vedere a nessuno i risultati.  Siate realisti: cercate di capire cosa siete in grado di fare al momento e partite da lì.

4- Sommergersi di attrezzatura. Sembra in contrasto col punto precedente, invece no. Quando si inizia è normale  ottenere dei risultati insoddisfacenti ed illudersi che con un apparecchio più caro, una lente più lunga, più corta, più luminosa, più asferica, più qualunquecosa, si possano ottenere risultati migliori. La prima cosa da fare è ottenere i migliori risultati possibili con i mezzi che si hanno, consapevoli che anche con l'attrezzatura più disgraziata si può fare dell'ottima fotografia. Per esempio è inutile comprarsi un flash da studio se già non si è in grado di gestire la luce naturale con pannelli filtranti e riflettenti. Ci si troverà solo a dover gestire una luce più complicata e più cara.

5- Pacioccare in Photoshop. Esempio tipico mettere in bianco e nero una foto che non dice molto ma in bianco e nero acquista un suo perché. No, normalmente è solo un effetto psicologico. Se la foto doveva essere in bianco e nero, andava pensata in bianco e nero fin dal principio. Altri esempi sono ipersaturare, creare un HDR, il famigerato cut-out, i mai sufficientemente deprecati effetti vintage. Qualunque tipo di post va applicata per sottolineare un certo mood, non per cercare di dare un twist ad un'immagine altrimenti priva di interesse.


Come fare

1- Fotografare quello che si conosce e per cui si prova interesse. Vi mettereste a parlare della situazione politica della Mongolia meridionale e delle sue ripercussioni sulla gestione faunistica? La fotografia è una forma di comunicazione, se su qualcosa non avete niente da dire, perché non lo conoscete, perché non vi interessa o perché non avete un'opinione in merito, come potete pensare di dire qualcosa, non dico interessante, ma che abbia un minimo di senso? Io per questo sarei disposta anche ad una violazione del "non fare" numero uno. Se è il vostro gatto che vi interessa, fotografate il vostro gatto, anche se è un cliché. All'inizio ci cadrete, ma se siete veramente motivati lo supererete.

2- Come controparte del "non fare" numero due: lasciarsi ispirare dai classici, dai grandi maestri. Se non sapete chi sono e nessuno ve l'ha insegnato, entrate in una bella libreria fornita di libri di fotografia e sceglietene uno. E poi un'altro. E così via. Oppure leggete qui. E' un elenco di 100 fotografi, googlate i nomi e guardate le immagini; non mi trova d'accordo al 100% ma per iniziare va bene.

3- Non fare un solo scatto. Cambiate punto di vista, cambiate focale, cambiate profondità di campo, cambiate sfondo, salite su una scala, buttatevi per terra. Spostate la gente, spostate le cose. Lavorate alla vostra immagine, perdeteci tempo. Con l'esperienza poi non dovrete più provare tutto, qualcosa sarete in grado di scartarlo a priori.

4- Ritornare e programmare. La fotografia richiede tempo e riflessione; se avevate in mente un'idea, siete andati un un luogo a fare foto e poi una volta tornati a casa vi rendete conto di non essere soddisfatti, pianificate meglio e tornate. Cosa non andava bene? La luce? Forse non era il momento buono della giornata o era troppo nuvoloso o c'era troppa luce diretta. Non vi siete portati qualcosa che si sarebbe rivelato utile? Il cavalletto? Un pannello riflettente? Un amico che vi aiutasse? Se l'idea vi sembra buona, continuate a crederci e riprovate.  

5- Fare un editing severo. Avete scattato trecento foto. Buttatene subito almeno duecentosettanta , ma subito. Sulle rimanenti trenta ragionateci e non tenetene più di cinque. Ma non perché siete scarsi, perché ormai col digitale è così, si scatta comunque troppo. In due ore si scattano trecento foto, ma in due ore non si fanno comunque più di cinque buone foto, indipendentemente da quante se ne scattano. E cinque è già un numero generoso. E migliorando come fotografi la situazione non farà che peggiorare, perché sarete più bravi ma anche più esigenti. Diciamo che di quelle cinque, se tra due anni ve ne piacerà ancora una c'è da ritenersi soddisfatti (o anche no, se non vi piace più nulla vuol dire che siete migliorati molto). Uno shooting di un paio di ore da cui escono trenta foto non è stato sottoposto ad un editing sufficiente. Ovviamente se non è venuto nulla di buono buttate tutto, anche se qualcuno che vi ha dato una mano si aspettava qualcosa da voi. Chiedete scusa e offrite una birra.


Poi alla fine fate come diamine vi pare.



Thursday, December 15, 2016

Non vendere l'anima al fotografo

Richard Avedon
Mi capita che quando qualcuno mi vuole fare un complimento per un ritratto particolarmente ben  riuscito mi dica che sono riuscita a catturare l'anima della persona ritratta.
Se fosse così dovrei possedere una collezione di anime, mentre, che io mi ricordi, solo un faustiano sfattone ai Murazzi ai tempi dell'università mi aveva proposto di acquistare la sua anima (forse tratto in inganno dalla mia maglietta rossa e da un'approssimativa depilazione del labbro superiore, o più probabilmente alla disperata ricerca di soldi per farsi) e poi di fronte al classico "scusa, ma non ho moneta" mi ha detto: "vabbè, sei carina, tienila lo stesso". Quindi di anima mi risulta di averne catturata solo una e probabilmente in pessimo stato.

Philippe Halsman
Lo so, questo del "catturare l'anima" è un luogo comune, uno queste cose le dice senza neanche pensarci; in fondo quel che credo vogliano dire è che hai rappresentato la persona come loro la ricordano e la riconoscono, in qualche modo "vera", insomma, una buona copia della realtà. Che a pensarci bene non è poi un gran complimento per il fotografo, a meno che non lavori per l' F.B.I.

Se infatti ritrarre una persona significasse coglierne l'anima o "la vera essenza", a meno di eclatanti casi di personalità multipla, uno dovrebbe venire uguale più o meno in tutte le foto fatte da qualcuno che sa fare il suo mestiere, perché tutti avrebbero ugual successo nella cattura, restituendo al mondo più o meno la stessa immagine. Infatti in alcuni casi è così: se prendete una persona famosa e guardate le sue foto in posa, vi renderete effettivamente conto che sono tutte molto simili. Questo perché la maggior parte di quelle foto sono a scopo illustrativo a corredo di un articolo e sono state fatte al volo da un fotografo, se non dal giornalista stesso; in questo caso è la persona che, essendo abituata ad essere fotografata, si è messa in posa esibendo una delle sue due o tre pose standard in cui ormai sa di venire bene. E la stesse pose le proporrebbe anche ad un aspirante ritrattista, con risultati analoghi.

Weegee
Al contrario, se il fotografo non è solo un tecnico ma anche un autore, normalmente le sue foto sono riconoscibili per un suo stile personale, qualunque sia il tema, dal paesaggio al reportage, alla moda, al ritratto. Pertanto due ritratti d'autore della stessa persona devono per forza differire ed essere inequivocabilmente attribuibili ai due fotografi.
Questo perché alla fin fine un ritratto è un'affare tra due persone: chi fotografa e chi viene fotografato.
Non è un cogliere o un catturare, è un incontro, durante il quale bisogna capirsi e anche un po' concedersi vicendevolmente. Se non ci si piace, se non ci si è simpatici, se non c'è voglia condivisa di dedicarsi del tempo, verrà una foto, magari anche bella, ma non un ritratto. 



Bernard Stern
Come esempio per quello che sto dicendo, ho inserito tre ritratti di Marilyn Monroe. Uno non poteva che averlo fatto Avedon, uno Weegee, uno Halsman (non ci credete? Cercate altre foto degli stessi autori) e l'ultimo è di Bernard Stern, di cui consiglio di cercare "The last sitting". Si tratta dell'ultimo servizio fotografico di Marilyn prima della sua tragica morte. Per realizzare il servizio, lei e Stern sono stati più di dodici ore nella suite di un hotel convertita in studio fotografico, bevendo un numero spropositato di bottiglie di Dom Perignon (ho trovato una fonte che dice un cassa, ma io ricordavo di più). 
Il metodo secondo me è eccellente, come il risultato, ma non sempre applicabile. Un po' per convenzioni sociali, un po' perché non è sempre Marilyn Monroe quello che ti tocca fotografare.
Rimanendo quindi nell'ambito della professionalità e del contegno consoni ai costumi della nostra società, io un caffè e una chiacchierata con chi ritraggo non me li faccio mai mancare e consiglio di farlo a chiunque si voglia avventurare nell'ardua impresa di un ritratto.



Thursday, December 1, 2016

Control (ovvero le sensazioni di una scema appena uscita da Paris Photo)

Non parlerò di Paris Photo, tanto ne potrete leggere ovunque, non si sente il bisogno del mio giudizio campato per aria. Però da lì sono appena uscita dopo aver per giunta partecipato ad una di quelle sedute di psicoterapia di gruppo che è un workshop di Antoine D'Agata, da cui non è chiaro se poi ne esci più pazzo di prima. Quindi questo post c'entra con entrambe le cose. C'entra perché alla fine tutto questo uno lo fa per chiedersi cosa sta facendo o cosa dovrebbe fare una volta che ha una macchina fotografica in mano, inclusa l'eventualità di riporla in un armadio da aprire in data da destinarsi.
Non so se è soltanto una mia condizione e sono talmente egocentrica da ribaltarla sul resto del mondo o se è un problema rilevante per la fotografia. Io sono partita con la pellicola, colori, bianco e nero, macchine buone, macchine pessime, polaroid, toy cameras (tipo la Holga per intenderci), camera oscura, chimica e sudore. All'inizio ho dovuto anche combattere con la tecnica inerente ai vari passaggi, per cui non vi stupirete se confesso che di immagini sporchine ne ho ricavate numerose.
Adesso sono una discreta stampatrice, virtù della quale non frega più una mazza a nessuno.
Poi è arrivato il digitale. Poi una di quelle frane esistenziali per cui molli la supergravità e i buchi neri che ti hanno accompagnato per dieci anni e inizi a studiare fotografia per aprirti poi uno studio.
E a qual punto arriva il mercato, che vuole immagini digitali impeccabili, nitide, pulite, a costo di sterilizzarle con Photoshop. Impari a fare anche quelle, trovi pure un tuo linguaggio, un tuo modo di fare le cose che viene in qualche modo riconosciuto e apprezzato. Però c'è sempre la vita, che rimane saldamente attaccata ai fatti tuoi, che non è sterilizzata, non è nitida, suda e un po' puzza. La tua o quella degli altri che ti trovi, anche per lavoro, a dover fotografare; è piena di polvere, macchie e graffi.
Nick Cave by Anton Corbijn
Dico spesso che non è il mezzo con cui fai le foto che importa, che con qualunque mezzo si possa fare buona fotografia, ma che d'altra parte se si ha in mente qualcosa di specifico è bene dotarsi dello strumento più adatto per quello scopo.
In questo momento non mi è chiaro di quale strumento io abbia bisogno. Non mi è chiaro perché uno può anche farsi i suoi diamine di progetti, ma poi c'è un mondo là fuori a cui bisogna farli vedere, altrimenti è onanismo.
Mi è capitato di fare un servizio per una cliente, un reportage in una situazione di luce molto scarsa e spazi estremamente ristretti (il che significa che ho dovuto usare un obiettivo f/1,4 alla massima apertura, che nella fattispecie è un 50mm, 1/60 di tempo e tutti i 6400 iso che la D3s mi ha concesso, per cui chi può capire capisca le criticità della situazione); tutto ok, cliente soddisfatta ma mi è rimasta una piccola delusione che è riemersa prepotentemente a Paris Photo vedendo questo ritratto di Nick Cave.
Una delle foto che secondo me era riuscita meglio, per forza e intensità del suo gesto, era lievemente fuori fuoco; un fuori fuoco reso visibile dal fatto che il rumore della D3s è ridicolmente basso. Avessi tirato una pellicola a 6400 iso avrei avuto una grana a pallettoni che avrebbe reso impercettibile la debole sfocatura. Normalmente, conoscendo i miei polli, se non è perfetta non la propongo nemmeno, ma in questo caso la trovavo talmente bella che ho voluto darle una chance. No, scartata. Eppure la foto scattata da Corbijn ha un micromosso non da poco sugli occhi, l'ho vista stampata a più di un metro di lato e ne son certa, ma non mi sembra che mai nessuno l'abbia considerato un problema. Tra l'altro questa foto la adoro e quelle sopraciglia pure.
Evidentemente il digitale ha cambiato le aspettative nei confronti della fotografia. Ci si aspetta il dettaglio, la perfezione e quello che ciò che non è perfetto lo si tiri a lucido con Photoshop. Oppure l'esatto contrario, volutamente e forzatamente mosso o fuori fuoco, non un'imperfezione del mezzo ma un'operazione cosciente da parte del fotografo. Almeno, questo è quello che io vedo prevalentemente in giro. Dal lato della pulizia, del dettaglio, del fotoritocco e del fotomontaggio il digitale ha fornito strumenti molto potenti che in diversi casi sono stati usati per perseguire un fine che con altri mezzi non sarebbe stato possibile, ma in troppi altri mi sembra sia un compiacimento fine a se stesso per stupire visivamente continuando a dire cose vecchie, con un linguaggio vecchio, nascoste sotto il celebrato vestito nuovo.

Sul lato dell'imperfezione non possiamo che rassegnarci al fatto che se andiamo in giro con cinque-settemila euro di attrezzatura digitale in mano, l'imperfezione ce la dobbiamo andare a cercare e questo in futuro sarà ancora più vero. Oppure dobbiamo tornare all'analogico, ma non so che senso abbia, forse ne ha di più trovare nuove vie per gestire il digitale.
Non ho ovviamente delle risposte, ho solo bisogno di una pausa, di lasciare un po' andare le briglie, per cui da meno di un mese ho preso in mano una macchinetta da duecento euro e faccio foto con quella. Foto così, quando mi capita e quando ne ho voglia. Tipo questa, che non ho nemmeno fatto io; le mani sono mie, ma la foto l'ha fatta Vera, la figlia di due miei amici che ha due anni e mezzo. Forse dovrei fargliene fare di più e imparare da lei. Meno male che tra poco vengono a trovarci a Torino così faremo insieme tante fotò (Mademoiselle Vera vive a Parigi). Qualcosa ho già imparato da lei: non sono abituata ad un oggetto così piccolo con un obiettivo così corto, per cui come lei ci mette spesso davanti il dito, io ho scattato tutta una mattinata con i peli delle finiture in pelliccia del cappotto davanti all'obiettivo e ho passato il pomeriggio a chiedermi cosa fossero.




Friday, November 18, 2016

fashion vs food

Nel blog non parlo mai volentieri dei miei lavori, perché non penso che sia utile a nessuno che questo spazio diventi un canale di promozione in tal senso. Questa volta faccio un'eccezione perché è un progetto a cui tengo in modo particolare, essendo nato sotto la buona stella del "fate voi, mi fido, l'importante è che sia qualcosa che si faccia notare, di cui si parli".

L'impavido committente è Christian Mandura, chef del ristorante Geranio di Chieri, il soggetto da fotografare erano i suoi piatti; chiaramente la questione non era né fotografarli bene, né fotografarli meglio degli altri, tantomeno farlo strano per farlo strano. La soluzione non poteva essere esclusivamente tecnica, avremmo forse catturato l'occhio ma difficilmente dato qualcosa di cui parlare, in assenza di contenuti. Ci siamo quindi chiesti come superare l'attuale presentazione dei piatti, non dal punto di vista estetico, ma sostanziale. Finora, pur avendo assistito nel corso degli ultimi venti, trent'anni ad un'evoluzione estetica nella rappresentazione del cibo, che va di pari passo con l'evoluzione dell'alta cucina, per cui si è passati dalla tavola imbandita di fine anni '80 fino all'attuale rappresentazione estetizzante e quasi astratta del piatto, il punto centrale è sempre stata la rappresentazione del cibo: ridotto all'osso lo scopo dell'immagine è sempre stato quello di invogliare ad assaggiare il piatto facendo leva su ciò che a seconda dell'epoca poteva attrarre il cliente, il lusso, la ricercatezza, la tecnica, la sperimentazione, ma sempre presentando in maniera centrale e descrittiva il prodotto che andava consumato.

Ci siamo quindi chiesti cos'è oggi un ristorante e chi è oggi uno chef, come è percepito mediaticamente e cosa può orientare la scelta di un cliente verso un ristorante piuttosto che un altro, cercando di capire a quale altro settore si sarebbe potuto paragonare quello che è la ristorazione oggi. Ci è sembrato che uno dei paralleli più potabili fosse quello con l'alta moda: uno non decide di comprare un abito di Valentino perché ne ha visto una foto su un catalogo, ne ha apprezzato le qualità e ha pensato che potrebbe stargli bene addosso. Compra un abito di Valentino perché è un Valentino, decide prima di comprare un Valentino e poi va a scegliere quale abito in particolare. Sopra un certo livello non stai più vendendo il prodotto, stai vendendo la tua maison, le tue idee, la tua storia. Per cui, se prima viene la tua immagine e successivamente la scelta di un prodotto in concreto, la tua immagine di punta, qualunque cosa tu stia vendendo, deve assomigliare più ad un'immagine di moda che ad una di catalogo.

Per cui abbiamo deciso di tagliare la testa al toro, dimenticarci di tutto quello che sappiamo sulle foto di food e ci siamo messi a ragionare come se dovessimo realizzare un fashion editorial, siamo partiti da un moodboard, abbiamo pensato alla location e ai props e a conciliare il tutto con la presenza di un piatto, che chiaramente non sarebbe stato il centro dell'interesse, così come non lo sarebbe stato il vestito. Abbiamo pensato ad un'atmosfera da gangster e da film noir, ci è venuta in mente l'estetica di Weegee con il flash sparato e le sue ombre dure, una situazione equivoca tra donne, automobili, fotografie e ovviamente cibo, con un fil rouge che attraversa le cinque immagini, partendo e tornando in cucina.

Il progetto è piaciuto, siamo motivati a continuare, speriamo presto di farvi vedere altri lavori su questa linea.   






Thursday, October 27, 2016

Cani, Porci e Mapplethorpe

Ogni volta che il progresso tecnologico rende più facile qualcosa che prima era tecnicamente molto difficile o più economica un'apparecchiatura che prima pochi potevano permettersi, c'è sempre qualcuno che anziché gioirne si sente assediato, perché a questo punto cani e porci si metteranno a fare quello che prima erano in grado solo lui e pochi altri.

Robert Mapplethorpe, autoritratto 
Io non capisco questi timori, visto che cani e porci, anche se dotati di apparecchiature adeguate, non potranno fare altro che cagnate e porcate. A meno che tra quei cani e quei porci non ci sia anche qualcuno di talento che riesce a scoprire le proprie capacità grazie ad una maggior accessibilità ad un mezzo che fino a poco prima era prerogativa di chi aveva fatto una scelta professionale o aveva molti soldi da spendere. Ed è  a questo punto che l'aver costruito la propria carriera esclusivamente sul possesso e sull'uso operativo di un mezzo, non può più bastare.

Patti Smith nella copertina di Horses
fotografata da Robert Mapplethorpe
Nel titolo del post compare anche la parola Mapplethorpe perché Robert Mapplethorpe è uno di quelli che abbiamo rischiato di perderci. Nel libro "Just Kids" (credo di aver già consigliato almeno tre volte in questo blog, quindi leggetelo) Patti Smith racconta come Robert Mapplethorpe sia arrivato alla fotografia in maniera non proprio diretta. Quando erano entrambi due artisti sconosciuti e disgraziati, Robert lavorava molto sui collage, trovandosi costretto ad investire i suoi pochi spiccioli in riviste in cui sperava di trovare immagini utili per i suoi lavori, rimanendo spesso deluso. Tanto che Patti gli suggerì più volte di imparare a fotografare e realizzare lui le immagini che gli sarebbero servite.  Finalmente si convinse e meno male. 

Per questo oggi godo che ci sia uno smartphone in ogni tasca, non sia mai che qualche genio come lui rimanga senza una macchina fotografica. E tutti quelli che ci inondano di porcate ce li teniamo e vogliamo bene anche a loro, mi sembra in fondo un prezzo ragionevole da pagare per non correre più  di questi rischi.





Thursday, October 13, 2016

Esiste la buona fotografia o se non è buona, non è fotografia?

Se chiedeste a dieci fotografi cos'è secondo loro una buona fotografia, otterreste sicuramente dieci risposte diverse. Ma tenendo conto che "fotografia" è un sostantivo e "buona è il suo aggettivo qualificativo, per me una buona fotografia deve essere innanzitutto una fotografia.
Vi lascio due letture, un articolo su Peter Lindbergh (noto ai più come l'inventore delle supermodels degli anni '90) e uno del blog Il Fotocrate, di Michele Smargiassi, che c'entrano con cosa sto per dire e mi trovano particolarmente d'accordo.

Peter Lindbergh
Partiamo dalla fotografia, che è una roba che tanto per cominciare si fa con della luce e un apparecchio fotografico. Posso sceglierlo analogico o digitale e, soldi permettendo, anche decidere il formato; quindi prima sceglierò gli ISO, quelli reali della pellicola o quelli effettivi del sensore, poi sceglierò un obiettivo con una certa focale, un tempo di esposizione e un'apertura di diaframma. Modellerò per quanto possibile la luce e poi sceglierò un punto di vista. Se il soggetto è vivo e senziente cercherò anche di farci due parole.

Se ho fatto un buon lavoro, dovrebbero verificarsi entrambe le seguenti cose: l'immagine che ne viene fuori nel modo più disgraziato (ovvero facendosi fare un jpg dalla macchina fotografica o portando il rullino da un "le tue foto in un'ora") deve essere un'immagine interessante che ha un suo senso e una sua ragion d'essere; il soggetto visto dal vero da qualcuno che si trovi idealmente con me al momento dello scatto deve essere meno interessante della mia foto. In caso contrario ho solo catturato quello che avevo davanti all'obiettivo senza portare del valore aggiunto. Non che ci sia nulla di male a limitarsi a catturare quello che c'è davanti all'obiettivo, è la classica foto ricordo, va bene, ha una sua finalità, ma non è fotografia, così come la lista della spesa non è letteratura

Partiamo dal secondo punto che è forse quello più facile da capire e ne ho già parlato nell'articolo sulla Phigography: se uno si trova in Giappone durante la fioritura dei ciliegi, o è completamente negato per la fotografia, o se porta a casa una foto qualunque, anche fatta col telefono, tutti gli diranno "wow, che bella foto!". E subito egli si premurerà di dichiarare che essere lì è comunque tutta un'altra cosa rispetto alla foto, confessando di fatto il proprio fallimento come fotografo di paesaggio. 
Idem se assolda un modella da urlo con i migliori stylist, parrucchieri e make-up artist: la foto piacerà, ma piacerà di più della modella vista dal vivo prima dello shooting? Se la risposta è no, non ha fatto una foto, ha solo catturato quello che aveva davanti, perché nell'immagine che ne viene fuori non c'è nulla di suo, non ha portato del valore fotografico aggiunto. Se è intervenuto in maniera sostanziale nella preparazione della modella, c'è sì un suo contributo, ma più come stylist.

Per questo ho messo il link all'articolo su Lindbergh e il suo approccio raw alla fotografia, che nel suo caso si riflette anche nel primo punto, perché non permette che le sue foto vengano ritoccate (sul ritocco c'è l'articolo di Smargiassi).

Nel primo punto ho parlato di immagine che viene fuori in modo disgraziato, perché dopo lo scatto in realtà non abbiamo nulla, se non una presa dati o una pellicola impressionata. Siamo comunque obbligati a sottoporre quello che abbiamo raccolto ad un processo, per esempio facendo produrre un jpg alla macchina o buttando il rullino in un minilab; in entrambi i casi non significa non aver processato l'immagine, ma non aver avuto nessun controllo sul processo. Per questo nessun professionista dovrebbe farlo: è ovvio che si deve scattare in raw e poi si "sviluppa" il raw in un programma tipo Photoshop Lightroom (che non è Photoshop!). Se però l'immagine con lo sviluppo disgraziato è insensata e diventa interessante solo dopo lo sviluppo, c'è molto puzza di effetti speciali, sintomo che non è l'immagine ad essere interessante, piuttosto la post produzione. 

Detto questo, non voglio lasciar intendere che lo stiylng o la post produzione (ed eventualmente il fotoritocco) non siano importanti, non facciano parte del processo fotografico o non debbano rientrare tra le competenze del fotografo: sono strumenti che in misura maggiore o minore utilizzano tutti, anche chi sostiene di non usarli (dire alla modella di mettersi solo una maglietta bianca è uno styling, così come scattare in jpg è una post produzione). Il problema è che quando un'immagine si basa sullo styling e la post produzione, allora non è una fotografia, perché mancano i ruoli decisivi della luce e della macchina fotografica.

Premesso questo, me la sento di affermare che la quasi totalità delle fotografie che non sono buone fotografie, falliscono proprio sull'essere fotografie. In compenso potrebbero essere delle buone immagini per lo scopo a cui devono servire.