Thursday, December 15, 2016

Non vendere l'anima al fotografo

Richard Avedon
Mi capita che quando qualcuno mi vuole fare un complimento per un ritratto particolarmente ben  riuscito mi dica che sono riuscita a catturare l'anima della persona ritratta.
Se fosse così dovrei possedere una collezione di anime, mentre, che io mi ricordi, solo un faustiano sfattone ai Murazzi ai tempi dell'università mi aveva proposto di acquistare la sua anima (forse tratto in inganno dalla mia maglietta rossa e da un'approssimativa depilazione del labbro superiore, o più probabilmente alla disperata ricerca di soldi per farsi) e poi di fronte al classico "scusa, ma non ho moneta" mi ha detto: "vabbè, sei carina, tienila lo stesso". Quindi di anima mi risulta di averne catturata solo una e probabilmente in pessimo stato.

Philippe Halsman
Lo so, questo del "catturare l'anima" è un luogo comune, uno queste cose le dice senza neanche pensarci; in fondo quel che credo vogliano dire è che hai rappresentato la persona come loro la ricordano e la riconoscono, in qualche modo "vera", insomma, una buona copia della realtà. Che a pensarci bene non è poi un gran complimento per il fotografo, a meno che non lavori per l' F.B.I.

Se infatti ritrarre una persona significasse coglierne l'anima o "la vera essenza", a meno di eclatanti casi di personalità multipla, uno dovrebbe venire uguale più o meno in tutte le foto fatte da qualcuno che sa fare il suo mestiere, perché tutti avrebbero ugual successo nella cattura, restituendo al mondo più o meno la stessa immagine. Infatti in alcuni casi è così: se prendete una persona famosa e guardate le sue foto in posa, vi renderete effettivamente conto che sono tutte molto simili. Questo perché la maggior parte di quelle foto sono a scopo illustrativo a corredo di un articolo e sono state fatte al volo da un fotografo, se non dal giornalista stesso; in questo caso è la persona che, essendo abituata ad essere fotografata, si è messa in posa esibendo una delle sue due o tre pose standard in cui ormai sa di venire bene. E la stesse pose le proporrebbe anche ad un aspirante ritrattista, con risultati analoghi.

Weegee
Al contrario, se il fotografo non è solo un tecnico ma anche un autore, normalmente le sue foto sono riconoscibili per un suo stile personale, qualunque sia il tema, dal paesaggio al reportage, alla moda, al ritratto. Pertanto due ritratti d'autore della stessa persona devono per forza differire ed essere inequivocabilmente attribuibili ai due fotografi.
Questo perché alla fin fine un ritratto è un'affare tra due persone: chi fotografa e chi viene fotografato.
Non è un cogliere o un catturare, è un incontro, durante il quale bisogna capirsi e anche un po' concedersi vicendevolmente. Se non ci si piace, se non ci si è simpatici, se non c'è voglia condivisa di dedicarsi del tempo, verrà una foto, magari anche bella, ma non un ritratto. 



Bernard Stern
Come esempio per quello che sto dicendo, ho inserito tre ritratti di Marilyn Monroe. Uno non poteva che averlo fatto Avedon, uno Weegee, uno Halsman (non ci credete? Cercate altre foto degli stessi autori) e l'ultimo è di Bernard Stern, di cui consiglio di cercare "The last sitting". Si tratta dell'ultimo servizio fotografico di Marilyn prima della sua tragica morte. Per realizzare il servizio, lei e Stern sono stati più di dodici ore nella suite di un hotel convertita in studio fotografico, bevendo un numero spropositato di bottiglie di Dom Perignon (ho trovato una fonte che dice un cassa, ma io ricordavo di più). 
Il metodo secondo me è eccellente, come il risultato, ma non sempre applicabile. Un po' per convenzioni sociali, un po' perché non è sempre Marilyn Monroe quello che ti tocca fotografare.
Rimanendo quindi nell'ambito della professionalità e del contegno consoni ai costumi della nostra società, io un caffè e una chiacchierata con chi ritraggo non me li faccio mai mancare e consiglio di farlo a chiunque si voglia avventurare nell'ardua impresa di un ritratto.



Thursday, December 1, 2016

Control (ovvero le sensazioni di una scema appena uscita da Paris Photo)

Non parlerò di Paris Photo, tanto ne potrete leggere ovunque, non si sente il bisogno del mio giudizio campato per aria. Però da lì sono appena uscita dopo aver per giunta partecipato ad una di quelle sedute di psicoterapia di gruppo che è un workshop di Antoine D'Agata, da cui non è chiaro se poi ne esci più pazzo di prima. Quindi questo post c'entra con entrambe le cose. C'entra perché alla fine tutto questo uno lo fa per chiedersi cosa sta facendo o cosa dovrebbe fare una volta che ha una macchina fotografica in mano, inclusa l'eventualità di riporla in un armadio da aprire in data da destinarsi.
Non so se è soltanto una mia condizione e sono talmente egocentrica da ribaltarla sul resto del mondo o se è un problema rilevante per la fotografia. Io sono partita con la pellicola, colori, bianco e nero, macchine buone, macchine pessime, polaroid, toy cameras (tipo la Holga per intenderci), camera oscura, chimica e sudore. All'inizio ho dovuto anche combattere con la tecnica inerente ai vari passaggi, per cui non vi stupirete se confesso che di immagini sporchine ne ho ricavate numerose.
Adesso sono una discreta stampatrice, virtù della quale non frega più una mazza a nessuno.
Poi è arrivato il digitale. Poi una di quelle frane esistenziali per cui molli la supergravità e i buchi neri che ti hanno accompagnato per dieci anni e inizi a studiare fotografia per aprirti poi uno studio.
E a qual punto arriva il mercato, che vuole immagini digitali impeccabili, nitide, pulite, a costo di sterilizzarle con Photoshop. Impari a fare anche quelle, trovi pure un tuo linguaggio, un tuo modo di fare le cose che viene in qualche modo riconosciuto e apprezzato. Però c'è sempre la vita, che rimane saldamente attaccata ai fatti tuoi, che non è sterilizzata, non è nitida, suda e un po' puzza. La tua o quella degli altri che ti trovi, anche per lavoro, a dover fotografare; è piena di polvere, macchie e graffi.
Nick Cave by Anton Corbijn
Dico spesso che non è il mezzo con cui fai le foto che importa, che con qualunque mezzo si possa fare buona fotografia, ma che d'altra parte se si ha in mente qualcosa di specifico è bene dotarsi dello strumento più adatto per quello scopo.
In questo momento non mi è chiaro di quale strumento io abbia bisogno. Non mi è chiaro perché uno può anche farsi i suoi diamine di progetti, ma poi c'è un mondo là fuori a cui bisogna farli vedere, altrimenti è onanismo.
Mi è capitato di fare un servizio per una cliente, un reportage in una situazione di luce molto scarsa e spazi estremamente ristretti (il che significa che ho dovuto usare un obiettivo f/1,4 alla massima apertura, che nella fattispecie è un 50mm, 1/60 di tempo e tutti i 6400 iso che la D3s mi ha concesso, per cui chi può capire capisca le criticità della situazione); tutto ok, cliente soddisfatta ma mi è rimasta una piccola delusione che è riemersa prepotentemente a Paris Photo vedendo questo ritratto di Nick Cave.
Una delle foto che secondo me era riuscita meglio, per forza e intensità del suo gesto, era lievemente fuori fuoco; un fuori fuoco reso visibile dal fatto che il rumore della D3s è ridicolmente basso. Avessi tirato una pellicola a 6400 iso avrei avuto una grana a pallettoni che avrebbe reso impercettibile la debole sfocatura. Normalmente, conoscendo i miei polli, se non è perfetta non la propongo nemmeno, ma in questo caso la trovavo talmente bella che ho voluto darle una chance. No, scartata. Eppure la foto scattata da Corbijn ha un micromosso non da poco sugli occhi, l'ho vista stampata a più di un metro di lato e ne son certa, ma non mi sembra che mai nessuno l'abbia considerato un problema. Tra l'altro questa foto la adoro e quelle sopraciglia pure.
Evidentemente il digitale ha cambiato le aspettative nei confronti della fotografia. Ci si aspetta il dettaglio, la perfezione e quello che ciò che non è perfetto lo si tiri a lucido con Photoshop. Oppure l'esatto contrario, volutamente e forzatamente mosso o fuori fuoco, non un'imperfezione del mezzo ma un'operazione cosciente da parte del fotografo. Almeno, questo è quello che io vedo prevalentemente in giro. Dal lato della pulizia, del dettaglio, del fotoritocco e del fotomontaggio il digitale ha fornito strumenti molto potenti che in diversi casi sono stati usati per perseguire un fine che con altri mezzi non sarebbe stato possibile, ma in troppi altri mi sembra sia un compiacimento fine a se stesso per stupire visivamente continuando a dire cose vecchie, con un linguaggio vecchio, nascoste sotto il celebrato vestito nuovo.

Sul lato dell'imperfezione non possiamo che rassegnarci al fatto che se andiamo in giro con cinque-settemila euro di attrezzatura digitale in mano, l'imperfezione ce la dobbiamo andare a cercare e questo in futuro sarà ancora più vero. Oppure dobbiamo tornare all'analogico, ma non so che senso abbia, forse ne ha di più trovare nuove vie per gestire il digitale.
Non ho ovviamente delle risposte, ho solo bisogno di una pausa, di lasciare un po' andare le briglie, per cui da meno di un mese ho preso in mano una macchinetta da duecento euro e faccio foto con quella. Foto così, quando mi capita e quando ne ho voglia. Tipo questa, che non ho nemmeno fatto io; le mani sono mie, ma la foto l'ha fatta Vera, la figlia di due miei amici che ha due anni e mezzo. Forse dovrei fargliene fare di più e imparare da lei. Meno male che tra poco vengono a trovarci a Torino così faremo insieme tante fotò (Mademoiselle Vera vive a Parigi). Qualcosa ho già imparato da lei: non sono abituata ad un oggetto così piccolo con un obiettivo così corto, per cui come lei ci mette spesso davanti il dito, io ho scattato tutta una mattinata con i peli delle finiture in pelliccia del cappotto davanti all'obiettivo e ho passato il pomeriggio a chiedermi cosa fossero.




Friday, November 18, 2016

fashion vs food

Nel blog non parlo mai volentieri dei miei lavori, perché non penso che sia utile a nessuno che questo spazio diventi un canale di promozione in tal senso. Questa volta faccio un'eccezione perché è un progetto a cui tengo in modo particolare, essendo nato sotto la buona stella del "fate voi, mi fido, l'importante è che sia qualcosa che si faccia notare, di cui si parli".

L'impavido committente è Christian Mandura, chef del ristorante Geranio di Chieri, il soggetto da fotografare erano i suoi piatti; chiaramente la questione non era né fotografarli bene, né fotografarli meglio degli altri, tantomeno farlo strano per farlo strano. La soluzione non poteva essere esclusivamente tecnica, avremmo forse catturato l'occhio ma difficilmente dato qualcosa di cui parlare, in assenza di contenuti. Ci siamo quindi chiesti come superare l'attuale presentazione dei piatti, non dal punto di vista estetico, ma sostanziale. Finora, pur avendo assistito nel corso degli ultimi venti, trent'anni ad un'evoluzione estetica nella rappresentazione del cibo, che va di pari passo con l'evoluzione dell'alta cucina, per cui si è passati dalla tavola imbandita di fine anni '80 fino all'attuale rappresentazione estetizzante e quasi astratta del piatto, il punto centrale è sempre stata la rappresentazione del cibo: ridotto all'osso lo scopo dell'immagine è sempre stato quello di invogliare ad assaggiare il piatto facendo leva su ciò che a seconda dell'epoca poteva attrarre il cliente, il lusso, la ricercatezza, la tecnica, la sperimentazione, ma sempre presentando in maniera centrale e descrittiva il prodotto che andava consumato.

Ci siamo quindi chiesti cos'è oggi un ristorante e chi è oggi uno chef, come è percepito mediaticamente e cosa può orientare la scelta di un cliente verso un ristorante piuttosto che un altro, cercando di capire a quale altro settore si sarebbe potuto paragonare quello che è la ristorazione oggi. Ci è sembrato che uno dei paralleli più potabili fosse quello con l'alta moda: uno non decide di comprare un abito di Valentino perché ne ha visto una foto su un catalogo, ne ha apprezzato le qualità e ha pensato che potrebbe stargli bene addosso. Compra un abito di Valentino perché è un Valentino, decide prima di comprare un Valentino e poi va a scegliere quale abito in particolare. Sopra un certo livello non stai più vendendo il prodotto, stai vendendo la tua maison, le tue idee, la tua storia. Per cui, se prima viene la tua immagine e successivamente la scelta di un prodotto in concreto, la tua immagine di punta, qualunque cosa tu stia vendendo, deve assomigliare più ad un'immagine di moda che ad una di catalogo.

Per cui abbiamo deciso di tagliare la testa al toro, dimenticarci di tutto quello che sappiamo sulle foto di food e ci siamo messi a ragionare come se dovessimo realizzare un fashion editorial, siamo partiti da un moodboard, abbiamo pensato alla location e ai props e a conciliare il tutto con la presenza di un piatto, che chiaramente non sarebbe stato il centro dell'interesse, così come non lo sarebbe stato il vestito. Abbiamo pensato ad un'atmosfera da gangster e da film noir, ci è venuta in mente l'estetica di Weegee con il flash sparato e le sue ombre dure, una situazione equivoca tra donne, automobili, fotografie e ovviamente cibo, con un fil rouge che attraversa le cinque immagini, partendo e tornando in cucina.

Il progetto è piaciuto, siamo motivati a continuare, speriamo presto di farvi vedere altri lavori su questa linea.   






Thursday, October 27, 2016

Cani, Porci e Mapplethorpe

Ogni volta che il progresso tecnologico rende più facile qualcosa che prima era tecnicamente molto difficile o più economica un'apparecchiatura che prima pochi potevano permettersi, c'è sempre qualcuno che anziché gioirne si sente assediato, perché a questo punto cani e porci si metteranno a fare quello che prima erano in grado solo lui e pochi altri.

Robert Mapplethorpe, autoritratto 
Io non capisco questi timori, visto che cani e porci, anche se dotati di apparecchiature adeguate, non potranno fare altro che cagnate e porcate. A meno che tra quei cani e quei porci non ci sia anche qualcuno di talento che riesce a scoprire le proprie capacità grazie ad una maggior accessibilità ad un mezzo che fino a poco prima era prerogativa di chi aveva fatto una scelta professionale o aveva molti soldi da spendere. Ed è  a questo punto che l'aver costruito la propria carriera esclusivamente sul possesso e sull'uso operativo di un mezzo, non può più bastare.

Patti Smith nella copertina di Horses
fotografata da Robert Mapplethorpe
Nel titolo del post compare anche la parola Mapplethorpe perché Robert Mapplethorpe è uno di quelli che abbiamo rischiato di perderci. Nel libro "Just Kids" (credo di aver già consigliato almeno tre volte in questo blog, quindi leggetelo) Patti Smith racconta come Robert Mapplethorpe sia arrivato alla fotografia in maniera non proprio diretta. Quando erano entrambi due artisti sconosciuti e disgraziati, Robert lavorava molto sui collage, trovandosi costretto ad investire i suoi pochi spiccioli in riviste in cui sperava di trovare immagini utili per i suoi lavori, rimanendo spesso deluso. Tanto che Patti gli suggerì più volte di imparare a fotografare e realizzare lui le immagini che gli sarebbero servite.  Finalmente si convinse e meno male. 

Per questo oggi godo che ci sia uno smartphone in ogni tasca, non sia mai che qualche genio come lui rimanga senza una macchina fotografica. E tutti quelli che ci inondano di porcate ce li teniamo e vogliamo bene anche a loro, mi sembra in fondo un prezzo ragionevole da pagare per non correre più  di questi rischi.





Thursday, October 13, 2016

Esiste la buona fotografia o se non è buona, non è fotografia?

Se chiedeste a dieci fotografi cos'è secondo loro una buona fotografia, otterreste sicuramente dieci risposte diverse. Ma tenendo conto che "fotografia" è un sostantivo e "buona è il suo aggettivo qualificativo, per me una buona fotografia deve essere innanzitutto una fotografia.
Vi lascio due letture, un articolo su Peter Lindbergh (noto ai più come l'inventore delle supermodels degli anni '90) e uno del blog Il Fotocrate, di Michele Smargiassi, che c'entrano con cosa sto per dire e mi trovano particolarmente d'accordo.

Peter Lindbergh
Partiamo dalla fotografia, che è una roba che tanto per cominciare si fa con della luce e un apparecchio fotografico. Posso sceglierlo analogico o digitale e, soldi permettendo, anche decidere il formato; quindi prima sceglierò gli ISO, quelli reali della pellicola o quelli effettivi del sensore, poi sceglierò un obiettivo con una certa focale, un tempo di esposizione e un'apertura di diaframma. Modellerò per quanto possibile la luce e poi sceglierò un punto di vista. Se il soggetto è vivo e senziente cercherò anche di farci due parole.

Se ho fatto un buon lavoro, dovrebbero verificarsi entrambe le seguenti cose: l'immagine che ne viene fuori nel modo più disgraziato (ovvero facendosi fare un jpg dalla macchina fotografica o portando il rullino da un "le tue foto in un'ora") deve essere un'immagine interessante che ha un suo senso e una sua ragion d'essere; il soggetto visto dal vero da qualcuno che si trovi idealmente con me al momento dello scatto deve essere meno interessante della mia foto. In caso contrario ho solo catturato quello che avevo davanti all'obiettivo senza portare del valore aggiunto. Non che ci sia nulla di male a limitarsi a catturare quello che c'è davanti all'obiettivo, è la classica foto ricordo, va bene, ha una sua finalità, ma non è fotografia, così come la lista della spesa non è letteratura

Partiamo dal secondo punto che è forse quello più facile da capire e ne ho già parlato nell'articolo sulla Phigography: se uno si trova in Giappone durante la fioritura dei ciliegi, o è completamente negato per la fotografia, o se porta a casa una foto qualunque, anche fatta col telefono, tutti gli diranno "wow, che bella foto!". E subito egli si premurerà di dichiarare che essere lì è comunque tutta un'altra cosa rispetto alla foto, confessando di fatto il proprio fallimento come fotografo di paesaggio. 
Idem se assolda un modella da urlo con i migliori stylist, parrucchieri e make-up artist: la foto piacerà, ma piacerà di più della modella vista dal vivo prima dello shooting? Se la risposta è no, non ha fatto una foto, ha solo catturato quello che aveva davanti, perché nell'immagine che ne viene fuori non c'è nulla di suo, non ha portato del valore fotografico aggiunto. Se è intervenuto in maniera sostanziale nella preparazione della modella, c'è sì un suo contributo, ma più come stylist.

Per questo ho messo il link all'articolo su Lindbergh e il suo approccio raw alla fotografia, che nel suo caso si riflette anche nel primo punto, perché non permette che le sue foto vengano ritoccate (sul ritocco c'è l'articolo di Smargiassi).

Nel primo punto ho parlato di immagine che viene fuori in modo disgraziato, perché dopo lo scatto in realtà non abbiamo nulla, se non una presa dati o una pellicola impressionata. Siamo comunque obbligati a sottoporre quello che abbiamo raccolto ad un processo, per esempio facendo produrre un jpg alla macchina o buttando il rullino in un minilab; in entrambi i casi non significa non aver processato l'immagine, ma non aver avuto nessun controllo sul processo. Per questo nessun professionista dovrebbe farlo: è ovvio che si deve scattare in raw e poi si "sviluppa" il raw in un programma tipo Photoshop Lightroom (che non è Photoshop!). Se però l'immagine con lo sviluppo disgraziato è insensata e diventa interessante solo dopo lo sviluppo, c'è molto puzza di effetti speciali, sintomo che non è l'immagine ad essere interessante, piuttosto la post produzione. 

Detto questo, non voglio lasciar intendere che lo stiylng o la post produzione (ed eventualmente il fotoritocco) non siano importanti, non facciano parte del processo fotografico o non debbano rientrare tra le competenze del fotografo: sono strumenti che in misura maggiore o minore utilizzano tutti, anche chi sostiene di non usarli (dire alla modella di mettersi solo una maglietta bianca è uno styling, così come scattare in jpg è una post produzione). Il problema è che quando un'immagine si basa sullo styling e la post produzione, allora non è una fotografia, perché mancano i ruoli decisivi della luce e della macchina fotografica.

Premesso questo, me la sento di affermare che la quasi totalità delle fotografie che non sono buone fotografie, falliscono proprio sull'essere fotografie. In compenso potrebbero essere delle buone immagini per lo scopo a cui devono servire.

Thursday, September 29, 2016

cos'è una catch light e cosa farsene

il Comandante Oscar François de Jarjayes 
Ci sono molti modi in cui possiamo eseguire male un ritratto, forse molti di più dei modi in cui lo possiamo fare bene. Premesso questo non credo ci siano molte istruzioni in senso positivo su come fare (alcune le do qui e qui e qui), se non degli aspetti prettamente tecnici. E' un po' come fare amicizia, non ci sono linee guida: chi ci riesce facilmente è perché gli viene spontaneo, non si possono prendere lezioni su come farsi degli amici. Al contrario esistono dei metodi sicuri e infallibili per non farsi degli amici ed inimicarsi quei pochi che si hanno. Per il ritratto la situazione è molto simile; ci sono cose da non fare assolutamente, sul resto si va ad intuito e ad esperienza e bisogna anche esserci portati, perché sono convinta che alcune cose che poi fanno la differenza non si possano imparare.

Una cosa che invece si può imparare e non è così difficile da implementare, è fare attenzione alle catch light negli occhi. 

Una catch light è il riflesso visibile negli occhi di una sorgente luminosa che illumina il soggetto; è
la luce principale (beauty dish) è alta e appena visibile,
la catch light in basso è data dalla una fill light
con parabola da 15 cm e pannello filtrante 
quello che rende vivo ed espressivo lo sguardo, nei manga è un elemento caratterizzante ed ampiamente utilizzato. L'assenza di catch light, a meno che non sia motivata dal voler creare un certo mood, è generalmente da considerarsi un errore, oltre a peggiorare notevolmente la nostra foto e va quindi evitata. Normalmente abbiamo un'assenza di catch light se la luce è troppo alta rispetto al nostro soggetto (in questo caso rischiamo anche che l'arcata sopracigliare faccia ombra agli occhi) oppure se è eccessivamente laterale. Se la luce alta o laterale è proprio quello che vogliamo e dopo aver aggiunto anche eventuali fill light ci rendiamo conto di aver ottenuto esattamente l'illuminazione che volevamo a parte le catch light, le possiamo aggiungere senza danneggiare lo schema di illuminazione mettendo i flash delle catch light sufficientemente lontani e sfruttando il fatto che si tratta di luci in riflessione e non in diffusione.
ombrello riflettente argento come luce principale
e pannello riflettente  bianco come fill light
Ma se non avete abbastanza flash e la frase che ho appena detto sulle luci in riflessione e quelle in diffusione per voi non ha senso, la cosa migliore è riposizionare la luce principale e se ce l'avete la fill light, in modo che almeno una delle due si rifletta negli occhi. A meno che non stiate illuminando in modo particolarmente pazzo, è generalmente più facile riposizionare la fill light senza correre il rischio di rovinare tutto. Se state usando la luce naturale ovviamente non dovete abbattere un muro per spostare una finestra ma dovete far muovere il vostro soggetto.
Dall'analisi delle catch light, potete individuare quali sorgenti luminose le hanno generate (una finestra, una softbox, un ombrello, una parabola, un beauty dish, un flash anulare, una barra di led, etc) guardando la loro forma e da che direzione proviene la luce. In questo modo avrete individuato già una buona parte degli elementi che illuminano il soggetto e potete iniziare a ricostruire lo schema di illuminazione.

Un problema forse peggiore dell'assenza di catch light e la presenza di catch light brutte. 

orrendo quadratone da softbox
(non è mia, l'ho rubata da internet)
Cos'è una catch light brutta capisco che sia in parte una questione di gusti, ma in parte no. Secondo me una catch light grande è molto brutta perché anziché dare un colpo di luce all'occhio crea un riflesso biancastro e vitreo spegnendo lo sguardo. Le catch light quadrate o rettangolari le aborro, a meno che non siano ben cammuffate da finestra, perché mal si incastrano nell'occhio che è fatto di cerchi; ci può stare al massimo un pannello riflettente come secondaria che vada a fare una lunetta più chiara fuori o appena fuori dalla pupilla, sempre rispettando la geometria dell'occhio.
In realtà c'è un secondo motivo per cui aborro le catch light rettangolari: odio le softbox come luce principale. Avrò le mie idiosincrasie, ma la softbox come luce principale mi fa tanto stock photography o scolaretto che  comprensibilmente parte dalla cosa più semplice. Lo so che mi potete portare numerosi esempi di softbox usate magistralmente come luce principale, ma io continuerò a detestarle imperterrita.
Il mio schema preferito è un beauty dish o un ombrello riflettente come luce principale, nudo o con l'honeycomb, e come fill light una parabola da 15 cm filtrata da un pannello, che mi dà quel riflesso a stella, quasi come nei manga.



Thursday, September 22, 2016

I rischi da stock

Del "Fertility Day" si è già parlato a sufficienza, qui vorrei spendere due parole sull'utilizzo della fotografia di stock.

Innanzitutto spiegare brevemente di cosa si tratta e di come può succedere che una foto sia usata per una pubblicità di impianti dentali, per quella di un tour operator e per una campagna ministeriale. 

Le fotografie di stock sono immagini realizzate per venderne i diritti di utilizzo più volte a più clienti, ad un prezzo molto inferiore rispetto rispetto ad un'immagine che viene venduta in esclusiva ad un solo cliente, a sua volta comunque inferiore rispetto al farsi realizzare delle foto ad hoc da utilizzare in esclusiva.

Il cliente fa quindi ricorso alla fotografia di stock per risparmiare. Il fotografo dal canto suo, riesce a guadagnare dalla fotografia di stock se riesce a vendere un'immagine a più persone possibili; è quindi suo interesse realizzare una fotografia che possa accontentare il maggior numero di persone, essere sufficientemente generica, sia per estetica che per contenuti in modo da potersi adattare ai bisogni di più clienti possibili. 
Non è sorprendente che una campagna realizzata partendo da foto di stock finisca col riproporci i luoghi comuni più triti e ritriti, proprio perché è un tipo di fotografia che si nutre dell'immaginario più mediocre e diffuso. 
Per lo stesso motivo non può essere incisiva e impattante, se non quando il luogo comune e il pregiudizio ci irritano, proprio perché non ha le potenzialità per farci vedere le cose da un punto di vista diverso, essendo un distillato di ciò che può incontrare il gusto di una massa umana non particolarmente esigente.

Per questo motivo una campagna fatta con foto di stock non riuscirà mai ad essere focalizzata e coerente, perché trovare in stock proprio l'immagine adatta a quello che si intende comunicare è molto difficile, data la natura generica delle immagini stesse. Allo stesso tempo, esiste di fatto uno stile identificabile come fotografia di stock: questo da un lato è utile perché, in caso contrario, prendendo immagini scattate da fotografi diversi si otterrebbe una campagna visivamente non coerente (che comunque è difficile ottenere con la stock), dall'altro perché vendendo ogni immagine al singolo cliente per pochi euro, il fotografo riesce a guadagnarci se ne realizza a migliaia e se non ci spende molto tempo su ognuna, per cui è ragionevole che utilizzi sempre la stessa illuminazione molto piatta e molto semplice da gestire. 

Pertanto se una campagna è realizzata a colpi di fotografia di stock, sarà sicuramente identificabile come tale, con l'aggravante che da quando i motori di ricerca sono in grado di fare la ricerca per immagini, è molto facile risalire a tutti gli altri clienti che hanno utilizzato la stessa foto, spesso con effetti e accostamenti che si preferirebbe evitare.